La ferita da vergogna

 

La ferita da vergogna si basa su un presupposto con il quale, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo, ci scontriamo tutti: l’idea di non andare bene come siamo. È una ferita che ha forti tratti culturali, poiché il metro di paragone che usiamo è la cultura del luogo in cui viviamo, e se sento di non andare bene come sono le proverò tutte per aggiustare ciò che di me sento non all’altezza del mondo che ci circonda.

Guardarmi con occhi esterni, quali che siano quegli occhi, mi colloca dentro un circolo vizioso per il quale io come sono sento di non essere/valere/meritare abbastanza, e anziché dare corpo e valore a chi sono e alla mia unicità, così come sarebbe sano e necessario fare, rincorro modelli esterni. Che però non riuscirò mai a fare miei per il semplice fatto che io sono altro da quei modelli, e non è detto che quei modelli vadano bene per me.

Se ascoltiamo la voce che subdola ci sussurra che non andiamo bene, stiamo già dando credito al pensiero che esista un modo “giusto” di essere, e noi però siamo nel modo sbagliato. Che se vogliamo essere “giusti” dobbiamo aderire a un modello, uno standard, un paradigma. Questo comporta anche che, in tutto ciò che facciamo, non siamo più noi i giudici di noi stessi ma lasciamo a chi di noi e del nostro mondo interno non sa niente la facoltà di decidere di noi e per noi.

La ferita della vergogna ci fa perdere il contatto con il nostro vero sé per dare spazio al critico che ci vive dentro, quel personaggio la cui missione è dare voce alle regole e alle preferenze del mondo esterno con lo scopo di distruggere tutto ciò che in noi è autentico e fuori dagli schemi, tutto ciò che fa unici noi e quel che pensiamo e sentiamo e facciamo.

Leggerai molto di più sulle ferite emotive nel libro che sto per pubblicare. Intanto ne parliamo nel webinar in programmazione, e puoi anche lavorarci nei laboratori dedicati alle ferite.  



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