Sono stata un’adolescente che scriveva poesie e lettere – tante lettere – a chi potesse farmi sentire che lì fuori c'era un mondo oltre quello in cui vivevo. Poi mio padre trovò una di quelle lettere, la lesse a voce alta, rise di scherno. Smisi di scrivere. Non lo feci più per oltre vent'anni.
Ricominciai da adulta, scrivendo email a un uomo di cui conoscevo solo la voce: costruivo un amore e me stessa parola dopo parola. Quando quell'amore finì, mi restò la certezza che la scrittura potesse salvarmi. Decisi di diventare scrittrice. Avevo quarant'anni, e ci credevo davvero.
I romanzi rimasero nel cassetto. Capii, poco per volta, che scrivevo per le ragioni sbagliate: per rivalsa, per riconoscimento, per colmare vuoti che la scrittura non può colmare. Eppure scrivere mi salvava lo stesso. L'appuntamento quotidiano con la pagina era un appuntamento con la vita.
Poi, passati i cinquanta, decisi di tornare a scrivere di me. Della parte della mia storia che più mi aveva segnata: la relazione con mia madre. Le ho scritto una lunga lettera, due anni di lavoro, quaderni interi riempiti ovunque capitasse, centottanta pagine di dolore. Quel memoir ha ricevuto la menzione speciale al Premio Calvino. Ma il riconoscimento più importante non fu quello: fu il giorno in cui mi resi conto che tutto quel dolore non mi faceva più male.
Il passato non cambia. Ma cambia il nostro modo di abitarlo, di sentirlo addosso, di portarlo con noi.
Cambia la relazione con il passato.
Ho riparato il mio passato. Ho capito come si fa. Ho studiato, ho approfondito, ho cercato le radici teoriche di quello che avevo vissuto sulla mia pelle. Ho messo insieme esperienza e studio, e ho costruito un metodo. Ho iniziato a proporlo agli altri.
Così è nata la Scrittura Riparativa®