Il successo è il fine naturale dell’essere umano

“Il successo è il fine naturale dell’essere umano, a dispetto della volontà di fallire e delle gratificazioni dell’insuccesso. Impieghiamo correttamente le nostre energie non quando restiamo inoperosi e nemmeno quando ci dedichiamo ad attività improduttive e sterili, ma quando le mettiamo al servizio dell’ambizione più completa e più matura che nutriamo per noi stessi”.[1]

Hillman ci regala la possibilità di pensare che ogni momento può essere quello giusto per finalmente dare voce al daimon, e le parole di Dorothea Brande – in un libro che, opportunamente, si intitola Svegliati e vivi – puntano  sulla nostra capacità di auto determinarci e sulle responsabilità che abbiamo nel vivere appieno la nostra storia e non condannarci al fallimento. Certo, non siamo soltanto vocazione e autodeterminazione: abbiamo un bagaglio di varia eredità e ambiente che pure hanno un peso ma, non neghiamolo, ci mettiamo anche parecchio impegno, a far sì che quel peso ci sia.

Possiamo leggere l’intera nostra storia nell’immagine che si riflette al mattino nello specchio, il nostro viso così come emerge dalla notte, senza imbellettamenti: la piega delle labbra acconciata a sorriso o a broncio, le rughe amate o maledette, i capelli lucidi o pesanti, gli occhi luminosi o quasi spenti.

In quel che vediamo nello specchio, nel nostro viso e nel nostro incarnato, c’è già molto di ciò che siamo e di quanto abbiamo vissuto. Quel viso ha in sé una storia, porta le tracce del carattere, delle scelte, delle felicità e delle infelicità, dei sogni e delle delusioni, delle speranze e dei fallimenti, delle fatiche e delle soddisfazioni.

Come siamo diventati quel viso? Chi e cosa ha forgiato la nostra storia? Quanto c’è stato di volontà nostra, e quanto di condizionamento?


[1] Brande, Svegliati e vivi, pag. 69

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E non scordare mai: la tua storia vale!

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