L’unicità della propria voce

“Basterebbe scoprire come si è davvero, che cosa si pensa realmente di molte questioni della vita per scrivere un’opera originale e unica.”[1]

A volte si pensa che per scrivere qualcosa di originale e unico sia necessario inventare mondi estremi e fantastici, raccontare cose mai udite (ma ci saranno ormai cose mai udite?), cimentarsi in trame zeppe di colpi di scena inverosimili. Mi spiace, ma l’originalità non è questa. L’originalità non sta nel raccontare qualcosa di inaudito, ma nello scrivere nel solo modo in cui valga la pena scrivere, il solo modo che può fare interessare a ciò che scriviamo: scrivere usando la propria voce. Ma cos’è la propria voce? È lo sguardo che abbiamo sul mondo, è il nostro modo di intendere la vita e le relazioni, è la cura che mettiamo nel guardare l’altro negli occhi, è la storia che ci ha fatti ciò che siamo, è la solitudine che ci prende certi momenti e lo struggimento e la voglia di urlare. Sono le paure e le incomprensioni e le incertezze e i dubbi. Sono i momenti bui e le esplosioni di gioia. È il non dormire di notte seguendo un pensiero. È ciò che siamo. La nostra voce è chi siamo, quel chi siamo che si deposita su carta. Ma se non conosciamo davvero chi siamo la nostra voce non può venire fuori. Se censuriamo le nostre paure e esorcizziamo i dubbi e neghiamo la solitudine e ignoriamo chi ci viene vicino, se non abbiamo consapevolezza – parola scontata ma necessaria, consapevolezza – del nostro stare al mondo e del modo in cui ci stiamo, potremo scrivere pagine su pagine, ma in quelle pagine non ci sarà una voce. E quelli lì fuori che aspettano di leggerci, quei lettori che aspettano le nostre pagine, non si avvicineranno. Non possiamo ingannarli dando loro visioni di seconda mano, i nostri lettori vogliono leggere noi, e ciò che noi abbiamo da dire sul mondo.

[1] Dorothea Brande, Diventare scrittori, Sperling&Kupfer, Milano, 2008,  p.107

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