LA MIA STORIA

Dietro quel che leggete qui, dietro il viso che vedete fisso nella foto del profilo o durante i workshop e gli incontri online c’è una persona, e una storia. Ho deciso di raccontarvela.
Scrivo da ormai più di vent’anni. Ho tre romanzi ben chiusi in un cassetto, ed è bene restino lì. Ho scritto un memoir, cui devo molto perché il solo fatto di scriverlo mi ha permesso di riprendere in mano la mia vita. Il mio pc conserva un numero indefinito di racconti già scritti o in traccia, storie per bambini più o meno brevi, idee per altre storie da scrivere. Di tutto ciò non ho mai pubblicato niente, anche se qualcosa di mio in libreria è arrivato, ma lì scrivevo di alimentazione.
Semplicemente, è da una vita che scrivo. Ho iniziato come molti alle scuole medie o anche prima, ed ero pure brava. Agli esami di terza media il presidente di commissione volle conoscere chi era quella ragazzina che scriveva così bene. Poi un intervento violento di mio padre ha fatto sì che non osassi più pensare di poter scrivere, almeno fino ai mei 35 anni, quando ho ripreso a scrivere. Per amore.
Ho vissuto una magnifica storia d’amore nata solo dalle mie parole, quelle che scrivevo sulle mail che mandavo a quell’uomo, e il suo apprezzamento e la sua fiducia mi hanno riportata verso la parola scritta.

 

 

Nella mia vita spesso mi sono trovata a avviare attività e progetti nuovi, e ogni volta che mi metto in gioco la domanda è: ne sarò capace?
A questa domanda si può rispondere in molti modi. Ci si può scoraggiare, e mollare tutto ancor prima di iniziare. Si può rispondere che sì, certo che ne sono capace, e poi però rimandare e rimandare sempre il momento in cui fare ciò che si deve fare, e non farlo mai più.
Si può chiedere consiglio. Si può andare a vedere come altri hanno fatto. Ci si può chiudere in stanza e disperarsi, o anche dirsi cosa sarà mai? Non è necessario farlo, e far finire tutto lì.
Ci si può dare fiducia, e provare. Impegnarsi, credere in sé, studiare e documentarsi, e quindi fare, ben sapendo che tutto è migliorabile.
Ecco, quest’ultima è la mia modalità di risposta. Mi impegno, credo in me stessa, studio tutto ciò che mi può servire, quindi mi metto al lavoro. Non senza fallimenti.
In questo modo, molti anni fa, ho avviato la mia carriera di progettista di formazione. Mi chiesero di preparare un progetto, uno di quelli che poi sarebbero andati a concorso per ottenere il finanziamento del Fondo Sociale Europeo. Non avevo idea da dove cominciare, però avevo visto un progetto, e sapevo leggere e pensare. Sì, dissi. Mi chiusi in studio e iniziai a cercare materiale. Normative, progetti dai quali desumere una logica, dati su attività, ricerche sociali. Studiai, scrissi il progetto e poi lo riscrissi non so quante volte, infine l’ente che mi aveva dato l’incarico lo presentò. Fu approvato. Guadagnai i primi soldi come progettista, e guadagnai soprattutto autostima.
Se avessi detto non lo so fare, non avrei mai imparato a fare quel mestiere, e non avrei guadagnato quei soldi.
Cosa c’entra tutto ciò con la Scrittura Riparativa? C’entra.
In tutto ciò che faccio, in tutto ciò che tu fai, in ogni momento della nostra vita noi siamo noi stessi, limitati e migliorabili sempre, ma noi stessi. Con tutto il diritto di esprimerci, e darci fiducia.
Dandomi fiducia ho superato e continuo a superare ostacoli e fallimenti e momenti neri, che pure sono stati tanti, e continuano a esserci, e alla domanda “ne sarò capace?”, credimi, non è così difficile rispondere: Sì!

 

 

Ho vissuto dieci anni a Catania. Avevo lì una casa bellissima, la più bella in cui abbia mai abitato. Era un attico, un appartamento al quale si arrivava dopo aver arrancato per quattro altissimi piani, gradino dopo gradino. Molti penserebbero che una casa senza ascensore non si può certo scegliere, io la scelsi. Parquet in legno antico di ulivo, un open space dalle pareti tutte bianche, nessun palazzo a togliere luce o visibilità pur essendo nel centro della città, un terrazzino sul quale d’estate prendevo il sole e dal quale l’Etna era lì, sempre presente. C’è chi al mattino fa il saluto al sole, io prendevo il caffè in compagnia della mia amata muntagna. In quella casa ho compiuto 40 anni (allora erano ancora 40, la decisione di sottrarne 20 non si era ancora presentata), ed erano gli anni in cui volevo disperatamente diventare scrittrice perché così avrei riscattato tutto ciò che fino a quel momento sentivo mi fosse stato negato. Dietro la porta dell’ingresso, che poi era la parte di casa che faceva da studio, avevo attaccato col nastro adesivo due pagine di Vanity Fair, era l’intervista a Camilla Baresani che da poco aveva esordito, il titolo era: “La vita (di scrittore) comincia a 40 anni”. La tenevo lì, ci posavo gli occhi sopra ogni volta che entravo o uscivo di casa, mi serviva da stimolo e obiettivo. Così pensavo. I quarant’anni passarono, i miei romanzi rimasero nel cassetto. A pensarci adesso, quel che era sbagliato in quel mio sogno con tanta intenzione non era tanto il sogno, quanto le premesse. Non si diventa scrittori per avere visibilità o per guadagnare soldi o per soddisfare l’ego che vuole vedere il nome in copertina o per colmare vuoti. Roberto Cotroneo scrive che “in fondo un bravo scrittore è prima di tutto qualcuno che sa guardare dentro e fuori di sé meglio degli altri”. Io non sapevo ancora guardare dentro di me, e non sapevo di non sapere guardare. Eppure caparbiamente battevo sui tasti del computer e ancora più caparbiamente soffrivo a vedere altri arrivare alla pubblicazione, e io no. Forse proprio perché scrivevo agognando la pubblicazione. “Scrivere non per pubblicare, ma per capire chi siamo e cosa sia stata e ancora sia la nostra storia. La pubblicazione è un evento accessorio, qualcosa che ci potrebbe essere ma non è il fine ultimo dello scrivere”. Pubblicare non è il fine ultimo dello scrivere: se lo si comprende, da qui si apre un mondo. Ma io questo ancora non lo sapevo. Lo avessi saputo, quella casa mi sarebbe sembrata ancora più bella.

 

 

Era dicembre quando sono nata. Mia madre mi raccontava che passò il giorno dell’Immacolata di quell’anno a passeggiare per casa con me che ancora non mi decidevo ma ormai ci stavo pensando, a venire fuori. Infatti nacqui il giorno dopo.
Molti compleanni non li ricordo più, forse quest’ultimo è stato il più bello. È testimoniato dalla foto: la cucina di casa mia, la torta monoporzione, lo spumante che, neanche a dirsi, è Rocca dei Forti, le rose che quella mattina ero andata a comprarmi. E la candelina su cui ho soffiato i miei 36 anni.
Sì, all’anagrafe sono 56, ma io non sono la mia anagrafe, sono la mia storia, e nella mia storia ho iniziato a vivere – per vari motivi – con vent’anni di ritardo. Così quei vent’anni me li abbuono, e a dicembre è iniziato il mio 37esimo anno di vita, con tutti i progetti e le intenzioni naturali e necessari in questa età.
I greci avevano vari modi per nominare e intendere il tempo, due di questi erano Kronos, il tempo lineare, quello che scorre con la sabbia nella clessidra e oggi nei nostri orologi; e poi c’era Kairos, il tempo delle occasioni, il tempo che ha la velocità che tu gli dai e l’importanza che tu gli dai.
Devo dare spazio a Kronos, che è lui a organizzare le nostre giornate, ma nella mia vita il tempo che importa davvero è Kairos. Grazie a Kairos intreccio incontri, scopro occasioni, mi do opportunità anche quando sarebbe difficile vederle. Mi riprendo indietro i miei vent’anni abbandonati da qualche parte, quegli anni che – senza autostima e ancor meno stima da chi avrebbe dovuto per primo insegnarmela – ho lasciato scorrere senza che mi fruttassero se non cicatrici e, poi, insegnamenti. Quegli anni me li riprendo. Così, oggi, 1 maggio 2021, ho 36 anni. E accanto a me Kairos che mi offre il caffè.
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