
Solitudine scelta o solitudine subita? Cosa ci insegna il silenzio
Il maggese della solitudine Durante l’estate ho trascorso più di...
Durante l’estate ho trascorso più di un mese in solitudine nella mia casetta in Sicilia, arrivata lì dopo due settimane di vita condivisa in ostello. È stato un cambio repentino, che per un momento mi ha anche squilibrata e che mi ha fatto riflettere.
Amo stare da sola, così come amo vivere in mezzo agli altri. Questo mese di solitudine quasi claustrale mi ha però svelato qualcosa di me che a volte ho negato: il mio bisogno di socialità. Che non è bisogno di sfuggire dall’horror vacui che vedo spesso agire in chi si trova in solitudine, e di cui non soffro. Il mio bisogno è, sensatamente, interagire.
Ho abusato del cellulare, certi giorni. Già lo uso tanto per ascoltare romanzi e podcast, soprattutto la sera e quando guido; certi giorni stavo lì ad aspettare notifiche, a vedere se mi fosse sfuggita la risposta a un messaggio mandato.
Me ne sono resa conto, e alla fine l’ho messo via. Non perché il silenzio fosse la cura — non è così che lo vivo — ma perché quell’attesa della notifica non era interazione vera, era un surrogato ansioso. Stavo cercando gli altri nel modo sbagliato.
Ho compreso che quei giorni erano un maggese, non un digiuno da tutto: la terra a riposo non smette di essere viva, smette solo di essere lavorata da fuori. Ho imparato a distinguere il mio bisogno di socialità dal bisogno di controllare il telefono.
La solitudine non è uno stato di privazione. La solitudine è terreno fertile.
È quel momento in cui il rumore del mondo si spegne e finalmente riesci a sentire la tua stessa voce. Ed è lì, in quel silenzio, in quel maggese, che iniziano a germogliare i cambiamenti più autentici. Un maggese che non esclude gli altri, ma li colloca nel modo giusto: non riempitivo del silenzio, ma scelta.
Se tu non vivi la solitudine in questo modo, se per te la solitudine è vuoto da riempire, credo ti farebbe bene un cambio di prospettiva: da quella che potrei indicare come solitudine subita – quella solitudine che ha il sapore dell’isolamento, che dà la sensazione di essere invisibili – alla solitudine scelta, che non è stare da soli ma stare in compagnia di se stessi, quello stato necessario per ricaricarsi e fare ordine.
Questo cambio di prospettiva, che anch’io ho vissuto, potrebbe avere tre passaggi:
Ancora l’estate non è finita, è probabile che ancora vivrai momenti di solitudine. Potresti leggere “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, il manifesto della solitudine come forza creativa. E potresti dedicare 10 minuti al giorno al “digiuno digitale”: spegni il telefono, prendi penna e quaderno e scrivi tutto ciò che ti passa per la testa senza ordine né aspettative. Soltanto per dieci minuti, soltanto quel che emerge.
Appunti, emozioni, esperienze, riflessioni, scritture. Pubblico quando scrivere è meglio che tacere.

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