Lettera a mia madre (6)

Mi avete portata nella casa di Trappeto che avevo pochi giorni. Era lì che abitavate, ma per partorirmi avevi preferito la città. Dopo il primo parto in casa per gli altri figli non hai voluto rischiare, clinica privata e la presenza di tua madre.

A Trappeto tuo marito faceva il capostazione, tu soltanto la moglie. È in quella casa che ho il ricordo di quando mi allattavi, lì gli anni di quell’infanzia di cui ricordo alcuni particolari e poco altro.

È in quella casa che sono diventata quella dei due fiori.

Avevo due anni, ero in casa con te. I miei primi anni sono stati con te. La scuola materna soltanto quando fu necessario, prima mai un nido o lo sguardo estraneo di qualcuno che non fossi tu. Soltanto nelle notti di Capodanno o Carnevale, a Petralia, quando andavate a ballare al CAI o al Circolo di Cultura, ci lasciavi a casa per uscire con tuo marito, ma allora era a nonna Franca che ci affidavi.

Quella mattina decidesti di darmi un incarico. Vai da papà a farti dare due fiori, mi dicesti, poi li mettiamo in un vaso. Abitavamo sopra la stazione e la stazione aveva un giardino – anzi la villetta, così la chiamavano – con tanto di vasca con i pesci rossi, qualche albero e aiuole con i fiori. Curavano quel giardino tuo marito e gli altri ferrovieri, nei momenti di pausa tra un treno e l’altro. Era una cosa che allora si faceva, avere la cura di rendere le cose belle, costasse pure impegno e un po’ di fatica in più.

Mi accompagnasti alla scala che dalla porta di casa portava giù in stazione, mi tenevi per mano mentre io con la mia cantilena da bimba iniziavo a chiamare. Papà, pozzo cendee? Non pronunciavo la erre, imparai come fare che già avevo otto anni e pranzando ascoltavamo tutti i giorni Alto Gradimento. È cantando No non è la BBC, questa è la Rai, la Rai Tv che mi saltò fuori la erre, grassa e potente. A due anni la erre ancora non c’era, e anche la esse non mi veniva semplice.

(Continua)



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