La ferita da abbandono

 

Pensare di essere abbandonati fa paura, anche se non ce lo confessiamo; ci stringe lo stomaco già da piccoli e resta lì anche quando di anni ormai ne abbiamo messi da parte tanti. Ci fa vedere soli, senza appoggio, senza nessuno che si prenda cura di noi. Sta lì, in disparte ma presente, come una vecchia zia che osserva qualunque cosa facciamo, sempre pronta a proporsi e fare da base a ragionamenti, pensieri, scelte, abitudini.

La paura è lì, non fa niente per attirare l’attenzione, ma devia e indirizza la nostra vita, diventa radice di relazioni che viviamo, nelle quali stiamo male ma che teniamo vive: abbiamo bisogno di sapere che qualcuno per noi c’è, che abbiamo spazio nella vita di altri. Anche se quello spazio è tanto angusto da avere le misure di una cella. Anzi, ringraziamo la mano chi ci tiene chiusi lì dentro perché, anche se chiusi, ci siamo.

La paura dell’abbandono è una delle trappole in cui, senza rendercene conto, chiudiamo la nostra vita. Creiamo da soli il nostro inferno, quello di una vita in cui non siamo noi stessi: per avere la sensazione di essere oggetto di un amore che non ci abbandoni impariamo a corrispondere alle aspettative che gli altri hanno su di noi. Che non coincidono mai con quelle che sarebbero le nostre aspettative, se fossimo liberi di agirle. Alla possibilità di pensare e agire e essere noi stessi e dimostrarlo, rischiando però così di rimanere soli, preferiamo indossare una maschera, preferiamo mostrare a noi e al mondo di essere chi non siamo nell’illusione di essere amati, di non rischiare l’abbandono e la solitudine.

Mostrarci chi non siamo è un atto di non amore contro noi stessi: per essere amato divento come l’altro vuole che io sia, ma essere come l’altro vuole mi fa stare male perché in quella maschera che mostro non mi riconosco, non sono io. Potremmo, senza rendercene conto, reggere questo gioco anche tutta la vita e non capiremmo il perché della rabbia che spesso ci prende, dei sintomi fisici dolorosi che ogni giorno tentiamo di tenere a bada, della sofferenza profonda che sentiamo e cui non sappiamo dare un nome. Pur di non rischiare l’abbandono ogni giorno che arriva su questa terra, ogni momento che viviamo, ci guardiamo intorno, sentiamo come dovremmo essere per essere accettati e ci adattiamo: come un liquido prendiamo la forma del contenitore che ci contiene. Dimenticando, però, che non siamo un liquido.

Leggerai molto di più sulle ferite emotive nel libro che sto per pubblicare. Intanto ne parliamo nel webinar in programmazione, e puoi anche lavorarci nei laboratori dedicati alle ferite.  



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