“Lo specchio” – Laura Forasacco
Personaggi:
Narratore
Lo specchio
Signora 1
Signora 2
Narratore: La cornice era di legno, dipinta d’argento era fatta tutta di volute e il
vetro preparato molto accuratamente poteva riflettere in modo perfetto tutto ciò
che si rifletteva. Era stato posizionato nella stanza più bella della casa.
Signora 1 : “Ho fatto un ottimo acquisto, guarda come riflette bene il mio viso, oggi
poi con i capelli appena fatti e questa collana”
Specchio: “eccomi qui questo posto è stupendo, posso osservare tutti e renderli
contenti, specialmente lei, ama proprio venire a rimirarsi davanti a me, è bellissima”
La casa negli anni si era popolata di persone, uomini donne bambini, lo avevano
sempre visto lì sopra al caminetto. (musica da ballo di sottofondo e voci di persone
allegre che festeggiano”
Specchio: Anche quest’anno sono tornati tutti qui a festeggiare, ma guarda quei
bambini, anche oggi saltano su quel povero divano e si rincorrono. Ma quando la
finiranno, prima o poi succederà anche a me qualcosa di brutto, lo sento, sono così
vivaci che potrebbero anche rompermi”
Narratore “Lo specchio era così fiero della sua posizione e chi gli passava davanti
non poteva fare altro che rimirarsi”
Specchio: “Ecco questa volta è toccato a me sono sporchissimo qualcuno ha
stappato una bottiglia e il vino è schizzato su di me. La torta è stata spalmata da
qualche bambino – Ma nessuno in questa stanza pensa a ripulirmi?
Signora1 “E anche questa festa è andata, ed ora devo ripulire tutto, anche il mio
specchio. Certo che i bambini non hanno più freni! (Sfrigolio di straccio passato sullo
specchio”
Narratore: Lo specchio si sentiva nuovamente protagonista.
Signora 1 “Gli anni passano eppure lui resta sempre bellissimo, al contrario io…
guarda che rughe e i miei capelli, ora sono decisamente diventati bianchi”
Specchio: “Sono ormai tanti anni che sono qui, e lei viene sempre a specchiarsi, il
suo sorriso non è cambiato ma si vede che sta invecchiando, ma io la amo ancora
tanto…”
Narratore: “Il tempo passa e la stanza una volta piena di risate e persone ora è
deserta.”
Specchio: “Com’è diventata fredda questa stanza, sono pieno di polvere e non vedo
quasi più niente, ma dove sono finiti tutti? La signora dai capelli bianchi e che da un
po’ di tempo faticava a camminare non la vedo più chissà che fine ha fatto?
(Si sente un rumore di chiave nella toppa e aprirsi di persiane”
Signora 2 : “Eccoci qui finalmente la casa è nostra, Per favore portate via tutto
quello che vedete in questa stanza anche quel vecchio specchio “.

 

 

Il quadro – Gigliola Mingozzi

(Monologo)

 

Sono un pezzo di metallo, di forma rettangolare. Costruito in una fabbrica, mi avevano affibbiato il nome di “Scarto di produzione”.

Con disprezzo sono stato gettato in una discarica, fra tonnellate le di rifiuti che intasano il pianeta.

Lì ho trascorso parecchie giornate a maledire l’intera razza umana, per il suo comportamento consumista e distruttivo.

Poi, in un soleggiato pomeriggio di inizio primavera, un paio di anni fa, un giovane ragazzo venne a rovistare nella discarica in cui mi trovavo. Mi scelse e mi raccolse con delicatezza.

Ricordo ancora il modo curioso in cui mi osservava, rigirandomi più volte fra le sue calde mani. Mi posizionava in ora verticale, poi in orizzontale, obliquo, da un lato, poi dall’altro…

Mah! all’inizio mi chiedevo cosa intendesse fare di me. Confesso che un pochino mi stavo preoccupando.

A un certo punto ha passato su di me un pennello.

Che solletico!!

E che fastidio quando mi sono accorto che con quelle pennellate aveva ricoperto il lato più bello di me con una vernice di colore nero.

Ma perché? – mi chiedevo!

Ero così bello prima, nel mio grigio naturale! Quando i raggi del sole si posavano su di me, riflettevo la luce e illuminavo gli oggetti che mi stavano accanto.

Perché aveva voluto rendermi così opaco e oscuro?

Così conciato, mi portò nel suo garage e mi appoggiò sopra un tavolo di legno. Poi se ne andò. Io trascorsi la notte lì, da solo, al buio, con un fastidioso odore di vernice addosso.

La mattina successiva tornò da me. Mi portò fuori dal garage e mi posizionò su di un cavalletto, nel suo giardino.

Di nuovo solletico! Tanto solletico! Troppo solletico!

Non più un pennello soltanto. Erano diventati quattro: uno intriso di colore bianco, uno di verde, uno di giallo, e uno di viola. Uno più sottile, uno più grosso, uno mezzo spelacchiato, uno nuovo di zecca. Ognuno di essi faceva un tipo diverso di solletico. Mi sembrava di impazzire!

Poi finalmente si fermò.

Che bella sensazione era stata uscire finalmente dal solletico e vedere su di me il lavoro ultimato!

Con quelle quattro tonalità, accostate e sfumate fra di loro, davanti allo sfondo nero aveva disegnato un bellissimo mazzo di fiori. Violette per la precisione. Tenute insieme da un nastro giallo, intrecciato in un simpatico fiocchetto al centro.

In basso a destra il ragazzo aveva scritto il suo nome: Leopoldo.

È stato così che sono diventato un quadro.

Da rifiuto a opera d’arte.

Mi è costato un po’ di solletico, ma ne è valsa la pena.

Con una cornice di legno incollata attorno ai miei quattro lati, Leopoldo mi ha poi portato a un mercatino. Accanto a me c’erano tanti altri quadri. Anche loro, come me, provenivano da materiale di scarto.

L’atmosfera al mercatino era ogni giorno di palpabile fierezza. Nessuno di noi si sentiva più un rifiuto della società. Sguardi di ammirazione si posizionavano costantemente su di noi e ogni tanto qualcuno veniva acquistato.

Successe anche a me. In una calda mattinata d’estate un anziano signore chiese al pittore quale fosse il mio prezzo.

“Offerta libera” rispose Leopoldo.

Gli diede quindi una banconota da 10 euro e mi prese sottobraccio per portarmi con sé presso l’ufficio in cui si stava recando.

Mi offrì come mancia all’impiegata che quella mattina lo aiutò nel disbrigo di una difficile pratica burocratica.

La ragazza rimase estasiata dalla mia bellezza!

Oggi sono qui, appoggiato a una parete della sua sala da pranzo.

Sono l’unica mancia di tutta la stagione lavorativa che lei ha potuto portarsi a casa. A differenza del denaro, io non sono stato sequestrato dal capo ufficio per essere sciupato in una stupida cena fra colleghi che si detestano e si sorridono con spudorata ipocrisia.

Io sono un’opera d’arte. Ho molto, molto più valore del denaro.

Ho la capacità di far comprendere, a chiunque mi osservi, che fra gli esseri umani esiste ancora qualcuno di buon cuore. Qualcuno che, con doti artistiche, sa trasmettere il buon umore attraverso la visione di un mazzo di fiori.

Fiori che non appassiscono e possono essere donati da persona a persona senza essere recisi dalla propria madre pianta.

 

 

 

Il muto testimone – Maria Giovanna LA CONTE

Personaggi:

Edizione Einaudi dei Carmi di Catullo, Torino, 1969, voce narrante e interlocutore [d’ora innanzi C.C.]

Chiara, protagonista

Paolo, suo marito

Giada

SCENA 1

[Voce fuori campo] 6 Aprile 2009, ore 0.30

[C.C. voce narrante] Che silenzio stanotte! Chiara appisolata in poltrona, io fra le sue mani a godermi il tepore della sua pelle. All’improvviso avverto un respiro affannoso, una voce strozzata…

[P.] Aiuto! Non riesco a respirare!

[Chiara si sveglia di soprassalto: appoggia il volume sul comò e si precipita al capezzale del marito. Rumore di passi precipitosi]

[C.] Oddio, che hai?

[C.C. voce narrante] Vedo P. portarsi una mano al petto, il viso contratto da una smorfia di dolore, mentre Chiara cerca le pastiglie di trinitrina.

[P.] Chiama il 118, cretina!

[C.C. tra sé e sé, idealmente all’indirizzo di P.] Stronzo! Hai i piedi nella fossa, eppure sei il rompicoglioni arrogante di sempre… [Pausa]

[C.C. voce narrante] Lei sta per afferrare il cellulare ma poi esita…si ferma…ha una strana calma…Che sta succedendo?

[Eventualmente in sottofondo un frammento di “Nothing Else Matters” interpretato da Les Voix Boréales]

SCENA 2

[Voce fuori campo] Trent’anni prima. Settembre 1979

[C.C. voce narrante] Avevo conosciuto Chiara in una libreria, dove era entrata in cerca di un’edizione di Catullo per un corso universitario. E io ero proprio lì, fresco di stampa, su uno scaffale del reparto classici. L’esame andò benissimo e mi ero preparato a finire su una bancarella di libri usati. Così non fu: mi tenne sempre con sé … leggeva e rileggeva i miei versi, li annotava a margine… insomma ero diventato l’interlocutore silenzioso dei suoi mille perché sulle sue aspirazioni letterarie, sull’amore, sulle sue inconfessabili fantasie… Durante le vacanze aveva conosciuto Paolo, un giovane avvocato in carriera, che l’aveva inondata di complimenti e dichiarazioni d’amore iperboliche:

[P. con intonazione suadente e seduttiva] Non ho mai incontrato nessuna come te … Voglio passare tutto il tempo con te

[C.C. voce narrante] A me però quel tizio non piaceva: non sopportava che lei uscisse con gli amici. Se non rispondeva alle sue telefonate, diventava aggressivo e sospettoso.

[P. a C. in tono inquisitorio] Dove sei stata? Con chi?

[C.C. voce narrante] E se Chiara protestava, lui si eclissava per giorni, lasciandola disorientata e piena di dubbi. Salvo poi ripresentarsi con rose, cioccolatini, frasi a effetto:

[P. in tono suadente e seduttivo] Lo sai che ci tengo troppo a te e senza te non posso vivere! … Sposiamoci subito!

[C. esitante, non del tutto convinta] Beh, … sì, ma prima voglio laurearmi.

[P. in tono un po’ sprezzante] A che ti serve una laurea? Per insegnare e guadagnare uno stipendio da sfigata?

[C.C. voce narrante] Speravo con tutta le fibre delle mie pagine che Chiara lo lasciasse prima che fosse troppo tardi.

SCENA 3

[Voce fuori campo] Dieci anni dopo.

[C.C. voce narrante] Alla fine, l’aveva sposato. Presto erano arrivati due pargoletti, carini, sì, ma quanto rompevano! Pianti, notti in bianco, pappe e pannolini. Ovviamente il grand’uomo non alzava manco un dito, tutto ricadeva sulle spalle di Chiara … e c’era pure il concorso da preparare. Certi giorni odiava tutto e tutti e più d’ogni altra cosa odiava se stessa…

[C rimproverandosi fra sé e sé] Non vali nulla come madre

[C.C. voce narrante] Di tanto in tanto affidava alle pagine del suo diario versi, racconti, riflessioni. Le sarebbe piaciuto pubblicare qualcuno dei suoi scritti ma poi pensava…

[C. frustrata, a se stessa] No! Cazzate che non valgono nulla!

SCENA 4

[Voce fuori campo] Aprile 1988

[C.C. voce narrante] Chiara da qualche settimana dava ripetizioni di latino a un’adolescente androgina e un po’ musona. Un giorno, inaspettatamente, Giada le aveva sfiorato i capelli sussurrando …

[G.] «Crin di viola, dolceridente»

[C.C. voce narrante] Chiara si era subito sottratta a quel contatto e aveva continuato la lezione come se nulla fosse accaduto. Andando via, Giada aveva fatto scivolare sulla scrivania un fogliettino ripiegato. Chiara l’aprì e vi trovò trascritti alcuni frammenti di Saffo. Comprese e ebbe paura, soprattutto di se stessa: era lusingata dall’amore proibito di quella ragazzina ma allo stesso tempo tormentata da sensi di colpa e pregiudizi.

[C.C. tra sé e sé, idealmente all’indirizzo di C.] Dai, Chiara! Meglio rimorsi che rimpianti.

[C.C. voce narrante]  Non andarono mai oltre i confini del sentimento platonico ma qualcosa in lei era mutato. Non mi era sfuggito – e neanche al grand’uomo – che era diventata impermeabile a provocazioni e ricatti e aveva ripreso a frequentare amici che non vedeva da tempo. Lui sospettava che avesse un amante: spesso lo avevo sorpreso a frugare nella borsa di Chiara, spiarne le telefonate.

SCENA 5

[Voce fuori campo] Luglio 1988

[C.C. voce narrante] Finalmente un po’ di pace! Bambini al mare dai nonni, niente strazianti lezioni di chitarra, niente dispetti e litigi, niente giocattoli rumorosi. Quel giorno Paolo arrivò a casa prima del previsto. S’infuriò quando vide che Chiara era uscita senza nemmeno avvertirlo…. Si diresse verso la scrivania, spazzò via tutto ciò che vi era appoggiato [Rumore di oggetti che cadono per terra] alla ricerca di qualcosa che confermasse i suoi sospetti

[P. parlando con se stesso in tono stizzito] Che cosa mi starà nascondendo la stronza?

[C.C. voce narrante] Rovistò cassetti e, fra tracce di temi, fotocopie di versioni, appunti vari, scorse il bigliettino coi versi di Saffo.

[Rumore di chiave che gira nella toppa. Porta che si chiude. Chiara è nell’ingresso]

[P. apostrofa C. fuori di sé urlando] Puttana!

[P spinge C. brutalità contro una parete: tonfo e gemito di dolore]

[C.] Ahi! Mi fai male. Sei impazzito?

[P.] Lesbica! Pervertita! … Ecco perché [scimmiottando la voce di C.] avevi sempre mal di testa …. sempre troppo stanca...

[C.C. voce narrante] Avevano litigato tutto la sera e la notte. Era volato anche qualche schiaffo. Il mattino dopo, Chiara aveva deciso di lasciarlo.

[P. tuonando] Vattene pure ma scordati di portarmi via i bambini. Ti renderò la vita un inferno, ti sputtanerò. Lo sapranno tutti, che molesti le studentesse.

[C.C. voce narrante] Chiara cedette al ricatto: la facciata era salva ma, nel chiuso delle pareti domestiche, indifferenza, disprezzo, solitudine.

[Eventualmente in sottofondo un frammento di “Nothing Else Matters” interpretato da Les Voix Boréales]

SCENA 5

[Voce fuori campo] 6 aprile 2009, ore 0.32

[C.C. voce narrante] E’ immobile Chiara, lo sguardo indecifrabile… Cosa aspetta? [Pausa] Il respiro di Paolo è già un rantolo. [Pausa] Poi la sento mormorare

[C. fredda e determinata, a voce bassa] Meglio rimorsi che rimpianti.

[Eventualmente in sottofondo un frammento di “Nothing Else Matters” interpretato da Les Voix Boréales]

 

 

L’albero – Adriana Polo

(Musica, sottofondo di passi sulla ghiaia, voci di bambini e canti di uccellini, la musica continua)

( VOCE) Anche oggi i miei passi  mi hanno riportato nei vicoli che percorro spesso per andare   in un certo posto dove vive il “mio albero”, che ormai conosco da anni, il punto fermo della mia vita,lui è sempre là, col freddo e col caldo, con la pioggia e con il sole.

( Canto di uccellini) Ho visto i suoi rami spogli e li ho visti vestirsi di foglie giovani mentre lui sta invecchiando, ho sentito il canto degli uccellini che costruiscono i nidi fra i suoi rami e lo scoiattolo che abita fra le sue radici che ormai sono cresciute al di fuori della terra.

Ho accarezzato la sua corteccia ruvida come le rughe del viso di una vecchia signora che si sta avvicinando alla fine del suo percorso che altri chiamano vita.

Ho visto trascorrere tante stagioni che hanno cambiato il suo tronco, che d’inverno lo hanno bagnato e d’estate asciugato.

Ai suoi piedi vi è una panchina che a volte è la mia panchina, ma non sempre.

( Continuano le risate dei bambini ) A volte ci sono i bambini a corrergli attorno altre volte sono gli animali, un po’ irriverenti che lo usano, altre volte ancora sono gli innamorati ignari della sua presenza perché persi nel loro amore.

( Rumore di una lieve brezza che va aumentando ) Ma quando la panchina è libera, io trascorro ore seduta a parlargli, a raccontargli cose che non racconto a nessuno e che so che resteranno nella sua memoria centenaria al sicuro.

Come il solito i miei passi mi hanno condotto da lui, ma già da lontano mi sono accorta che c’era qualcosa di diverso, la sua forma possente era come rimpicciolita, non era maestoso come sempre.

( Crepitio di foglie secche sotto le scarpe ) Si, le foglie erano cadute,sentivo lo scricchiolio che facevano le scarpe camminando, del resto è inverno, ma allora cos’era cambiato ?

Avvicinandomi a poco a poco ho visto che cosa c’era di diverso. Mi sono seduta sulla panchina che per una volta era solitaria e dai miei occhi è scesa una lacrima : i suoi rami più maestosi erano stati tagliati, la corteccia del tronco aveva tante ferite aperte, quasi grondassero ancora dolore.

( Musica malinconica )Non ho potuto sopportare quel dolore e mi sono allontanata. Pensavo al perché, forse era malato o forse è solo vecchio e ormai inutile.

Vecchio e inutile … queste parole rimbombavano dentro di me.

Anche questa è la vita che inizia e finisce …

( Musica triste che va via via sfumando)

 

 

 

LA TREGUA – Giusi Di Franco

 

(Musica tranquilla, canto di grilli, il suono di un campanile che batte le due di notte.

Improvvisamente un tonfo: TUMP)

 

DIALOGO

 

Libro: (Sospiro soddisfatto): Ah, finalmente! E’ da parecchio tempo che sto impilato in questo scaffale, ho voglia di sgranchirmi le pagine, prendere un po’ d’aria e, soprattutto aggiornarmi. Sono fermo alla fine del 1945 e sono curioso di sapere cosa è successo nel frattempo. Perché poi non ci ho pensato prima, ancora non lo capisco: ti comprano, ti leggono e poi ti relegano nello scaffale di una libreria. E io, ligio alle regole, mai pensato di trasgredire.

 

(Click di una radio che si accende accompagnato inizialmente da leggeri crepitii)

 

Oh! Guarda chi c’è! La radio, la rivale che cattura l’attenzione degli ascoltatori.

 

RADIO: (Pavoneggiandosi) Sì, ma mentre tu sei lì a prenderti tutto il tempo del mondo per essere letto, io sono in grado di intrattenere in pochi secondi: diffondo musica che solleva l’animo e notizie di vario genere. Il tutto in modo veloce, come richiedono i tempi in cui viviamo.

A proposito, dobbiamo interrompere la conversazione perché devo fare il mio mestiere.

 

LIBRO: Fai, fai pure. Qui, se c’è uno che ha fretta, quello non sono certamente io!

Non ti offendere ma trovo la tua impostazione fugace e un tantino superficiale, parole effimere che volano svanendo nell’aria, mentre io, modestamente, posso essere letto, riletto e conservato per sempre. Plasmo le menti e i cuori nel profondo e nutro l’anima delle persone. Sono un patrimonio culturale, un tesoro da custodire, io!

 

RADIO: Ti rispondo dopo, caro il mio intellettuale.

 

Buona sera ascoltatori! Qui è la vostra radio di fiducia che vi parla, pronta a regalarvi una notte di intrattenimento.

Per cominciare le ultime notizie:

 

La guerra in Ucraina è ormai giunta al secondo anno. I Russi ultimamente hanno conquistato nuovi territori. Gli ucraini sono costretti ad arretrare, mancano di mezzi. Il loro presidente ha fatto sapere agli alleati occidentali che se non manderanno ulteriori armi, la Russia rischia di vincere la guerra.

Ed ora le notizie dal Medioriente.

Dopo cinque mesi dall’attacco del 7 ottobre, la risposta di Israele contro i palestinesi della striscia di Gaza è già costata la vita a più di 30.000 persone. I vivi, rischiano la vita ogni giorno sotto le bombe. Neppure gli ospedali sono stati risparmiati dalle bombe e dalla distruzione.

E per il momento è tutto.

(Stacchetto musicale)

Ancora svegli? Se non lo siete, lo sarete presto. A voi una serie di canzoni per risvegliare i ricordi.

(Parte la musica delle Canzoni)

LIBRO: (Parla tra sé e sé) Guerre, distruzioni, accostate subito a musica di intrattenimento: nessuna riflessione, nessun approfondimento. Che mondo è questo?

Radio, puoi abbassare il volume, per favore?  Fammi capire: ma la guerra non era finita?

RADIO: Scusa?  Ah già, dimenticavo che tu sei fermo al 1945.

Ecco cosa succede ad essere solo un mezzo di riflessione, si rischia di rimanere indietro, molto indietro. Il mondo va avanti, mio caro!

Comunque le guerre nel mondo, dopo il 1945, non sono certo finite. Le hanno fatte “fredde” e “calde”.

LIBRO: Anche se resto convinto di offrire un’esperienza di grado più elevato, mi tocca riconoscere che anche tu svolgi una funzione di una certa rilevanza. Ti posso chiedere di aggiornarmi un po’?

RADIO: (Sospiro accondiscendente) Ecco così va meglio, i sapientoni rischiano di non apparire molto simpatici.

Te la faccio breve, dopo la fine della seconda guerra mondiale, anziché vivere in pace, il mondo si divise in due blocchi: quello occidentale e quello orientale.

La pace fu mantenuta con la corsa agli armamenti, soprattutto nucleari. Hanno costruito circa 13.000 testate nucleari e pensa che ne basterebbero 500-600 per distruggere tutta la razza umana sulla terra.

Libro (incredulo): Incomprensibile!

RADIO: Già, ancora oggi continuano a pensare che la deterrenza sia l’unica possibilità per mantenere la pace.

LIBRO: Pensavo che la modernità potesse partorire qualcosa di meglio al riguardo. In ogni caso, tornando a noi, che ne dici se deponiamo le armi e invece di farci la guerra e di ritenerci uno migliore dell’altro, ci venissimo incontro?

RADIO: Una specie di tregua? Ah, scusa il gioco di parole! Ecco una proposta intelligente ma soprattutto saggia, anche perché io posso essere il tramite che può portare le tue storie nelle case di coloro che non hanno tempo o la pazienza di leggere un intero libro, e non sono pochi al giorno d’oggi!

LIBRO: Ed io posso arricchire le tue trasmissioni con le mie storie e i miei insegnamenti.

RADIO: Potrebbe funzionare, un tentativo si può fare.

Libro: A me sembra, invece, una buona idea. Vedrai, ti si aprirà un mondo.  Scusami ma per oggi ti saluto. Ti verrò a trovare di nuovo, ho ancora tante cose da chiederti.

RADIO: Sono certo che ti meraviglierò. Non ti voglio anticipare nulla ma sono stati fatti passi da gigante, anche fuori dal pianeta Terra!

Libro: ok.  Pronto ad essere spento?

(Libro a voce bassa ma udibile) Crede che essere alla moda sia la cosa più importante.  Forse non conosce il detto “la moda passa lo stile resta”.

 

RADIO: Prontissimo.

(Radio mugugnando) Ci mancava la chiosa filosofica. Se è così ne vedremo delle belle.

(Silenzio. Fuori sei rintocchi di campane annunciano che è già mattino)

 

 

 

 

 

 

 

 

SPORT DI STAGIONE – Silvia Chiesa

 PERSONAGGI

VOCE NARRANTE Femmina, matura

CARLO Maschio, di mezza età

PAIO DI SCI Maschio, giovane

CIASPOLE Femmina, giovane

RAMPONCINI Maschio, molto giovane

RACCHETTA DA TENNIS Femmina, giovane, entusiasta

 

Rumore di serranda box che si chiude

VOCE NARRANTE C’è un angolo della rimessa dove dimorano gli attrezzi sportivi. Sono nascosti dietro un pilastro, lì arriva pochissima luce anche quando la serranda è aperta. Sembrerebbe il luogo ideale per sonnecchiare. Ma per qualcuno non è così semplice…

 

SCI (con tono scocciato) Accidenti, ci hanno di nuovo appoggiato in piedi contro il muro! Perché non possiamo essere sdraiati in modo da distendere bene le nostre lunghe fibre? Per giunta abbiamo sempre questi due fastidiosi lacci dei bastoncini attorno alle punte! Non sono pesanti ma danno un leggero senso di soffocamento. Provate voi a dormire con un cappio al collo!

 

RAMPONCINI (con tono lamentoso) Sempre meglio che pungersi di continuo! Pensate a noi arrotolati e rinchiusi in questa minuscola custodia, i nostri denti sono adatti a far presa sulla neve dura e ghiacciata ma ora sono proprio fastidiosi.

 

CIASPOLE (con tono insofferente) Che lagne! Anche noi abbiamo dei dentini ma stiamo comodamente sdraiate. Provate ad allungarvi anche voi, magari riuscite a rompere la vostra custodia. Forza!

 

VOCE NARRANTE Gli sci sono appena stati ritirati dal negozio dove hanno subito quel trattamento di bellezza detto “fondo e lamine”, e hanno capito che per qualche mese le loro uscite settimanali sono sospese. La loro stagione di movimento è finita e sono stati messi a riposo.

 

SCI (con tono nostalgico) Peccato, era così bello scivolare sulla neve! Fare tutte quelle belle curve, scodinzolando e spruzzando neve a destra e a manca, era proprio divertente. Impagabile l’emozione delle uscite fuoripista, dove lasciavamo le nostre tracce nella neve fresca dove nessuno era ancora passato.

 

VOCE NARRANTE Loro però sono sicuri che torneranno a farlo.

Intanto la racchetta da tennis li ha visti arrivare belli lucidi, senza graffi e uniti da una fascetta.

 

RACCHETTA DA TENNIS Che carini! Si baceranno tutto il tempo!

 

VOCE NARRANTE: Lei è un po’ invidiosa perché è sempre single.

Però è anche contenta perché quello è il segnale che per lei si avvicina il momento del divertimento. Con l’arrivo della bella stagione finisce il letargo e le sue corde già fremono all’idea di andare ad esporsi al sole, anche se teme un po’ quel momento: passare di colpo dal buio della custodia alla luce del giorno sarà un bello shock. Comunque non vede l’ora di lasciare quell’antro freddo e buio e lo shock non la preoccupa.

Già sente la mano calda che avvolge l’impugnatura e le torna in mente quell’episodio buffo, di qualche anno prima.

Era rimasta dimenticata sul ripiano del garage fin da quando era arrivata come regalo. Finalmente un giorno Carlo decide di accettare l’invito per una partitella tra amici, benché fossero anni che aveva abbandonato il tennis. Già dai primi colpi capisce che qualcosa non va: il dritto, che era sempre stato un colpo efficace, ora non ha mordente e il rovescio è terribilmente impreciso.

 

CARLO (con tono sorpreso e scocciato) Accidenti, questa racchetta si gira nella mia mano! Possibile che io non sia più in grado di impugnarla come si deve?

 

VOCE NARRANTE Scoraggiato, Carlo si siede sulla panchina a bordo campo per un momento di riposo. Con la racchetta ancora in mano e lo sguardo basso, osserva meglio il manico e vede che è particolarmente lucido, così si accorge che è ancora avvolto dal foglio di plastica trasparente come quando è uscito dalla casa di produzione. Esplodendo in una grande risata, Carlo libera l’impugnatura e ritorna in campo, rincuorato e pronto a sfidare gli amici che lo guardano stupiti.

 

Ora la racchetta torna al presente e ha un sussulto.

 

RACCHETTA (con tono sorpreso) Devo avvisare le palline! Quelle non si accorgono mai di niente, chiuse in quella scatola metallica, non vedono e non sentono nulla.

(a voce alta): Ehi ragazze, dove siete? Pelosette, mi sentite?

 

VOCE NARRANTE: nella rimessa non si sente nessuna risposta…

 

Rumore di serranda box che si chiude

 

 

 

RESTA ANCORA UN PO’ – Viviana Turrisi

[in sottofondo c’è la voce che proviene da un video motivazionale – e credimi, l’unico modo per regolare le tue emozioni è scoprire qual è il tuo boiling point, tutto sta…– volume si abbassa e si sente solo il rumore delle pedalate di una cyclette]

«Che puttanata. Perché ascolta queste stupidaggini? Non le basta la terapia una volta a settimana?»

il flacone di pillole sul davanzale avrebbe detto, se solo avesse avuto una voce tutta sua.

«Se le bastasse non ci troveremmo qui, ti pare?»

«A che pro fare questo lavoro? Non lo capisco. Se tanto non serve»

«Perché dici che non serve? Io dico che sta meglio»

«Sta meglio»,

[fanno eco altre voci] «Sta meglio»  «Sta meglio»

«[voce scocciata] Non in quel senso. Noi altri facciamo solo questo no? “Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina”. Ce ne stiamo lì un po’ a mollo nel brodo pensante a far compagnia a quei grappoli che hanno tanto fretta di scappare. Qualche barzelletta, qualche trucchetto di magia per distrarli. Capite? [scandisce bene la parola] D I S T R A R L I, perché non fanno quello che dovrebbero fare. Per carità lungi da me giudicare…»

«Se è colpa loro forse dovremo punirli invece che sollazzarli»

«Ma non è colpa loro!»

«Dici che è colpa [abbassa la voce] della presidenza?»

[voce triste] «Ma no, guardate»

«Colpa de telefoni?»

«No… è colpa di loro altri no? Come possiamo lavorare se quello che ci viene fornito è in partenza difettoso. Come una barca con un foro nello scavo, nel bel mezzo del mare. Per quanta acqua tu possa buttare fuori bordo non cambia niente. Devi portare la barca in secca e aggiustarla. Ma lei è sempre al largo, tra le onde. Ogni volta che si distrae, guardando l’orizzonte, il mare si ingrossa e la colpisce»

«Oggi ho sentito un tale… le diceva “non devi farti toccare. Lascia che tutto ti scivoli addosso”»

«Ma lei non è mica uno scivolo in un parco divertimenti!»

«Ben detto!»

«Chi è che ha deciso che per quieto vivere bisogna assecondare la mediocrità intellettuale, la pochezza morale e la deficienza di onestà? Perché non mi sembra che sia proprio un bel vivere. Vedo solo loro, delusi dalla realizzazione che non esista alcun senso comune. Che si vive per annullarsi a vicenda. Abbandonati ad un mondo al quale ci si deve abituare per non soccombere»

«Ma soccombono, lo fanno tutti»

«Perché nella grande torre di ossa quella spugna elettrica, macina e macina. Raccoglie tutte quelle piccole suggestioni e indicazioni che il mondo esterno le dà e poi, come se non avesse niente di meglio da fare, le usa contro di lei»

«Che dici? Il cervello del grande capo? Fare del male a lei? E perché mai?»

«Perché a volte loro funzionano così. La macchina più ingegnosa che ci sia è sensibile e quando vi si insinua dentro della sabbia inizia a danneggiarsi da sola. Da dei brutti ordini e consigli, ripete menzogne su menzogne. Però quelle saltellano da una parte all’altra ed entrano in profondità. Anche adesso sta succedendo»

[si sentono degli echi bassi, come voci lontane che si sovrappongono nelle ultime parole]

«Come sei diventata così?»

«Questo è sbagliato, lo vedi che è sbagliato te lo dicono anche loro no? E se sono tuoi amici, ti vogliono bene, se ti vogliono bene hanno ragione?» «Stai esagerando, ci sono persone che stanno peggio» «Stai bene» «Non importa, fanno solo finta sai?» «Perché dovresti dirlo, a nessuno importa, c’è chi sta peggio» «Sarebbe dovuto toccare a te» «Hai visto cosa hai fatto alla mamma? È rimasta da sola, è colpa tua» «Doveva toccare a te, tanto non ti è mai importato di restare» «Lo saprebbero se» «Che senso ha?» «Avevano solo bisogno di te, ma adesso non gli interessi» «Perché non puoi essere normale?» «Stai mentendo» «Ti calpesteranno e dovrai appiattirti, svilirti per restare in vita»

«Basta» [urlato da una delle voci delle pillole del barattolo, poi si aggiungono le altre voci]

«Basta», «Basta», «Basta», «Basta», «Basta» [il barattolo cade e suona una sveglia sul cellulare. Una voce chiede “Tesoro hai preso le medicine oggi? “]

[sottovoce, tono titubante] «Se non ci prende?»

«Cosa?»

«Che succede se non ci prende?»

«Stando qua dentro so quello che sai tu mia cara, chiedi a quegli altri, li colleziona come trofei i nostri barattoli»

«Signori, signori»

[farfugliamento di voci come di anziani]

«Signori, cosa succede dopo? Dopo che il barattolo si svuota»

[barattolo anziano] «Ogni tanto tornano i color»

«Perché sono andati via?»

[barattolo anziano] “Perché ha chiuso le porte e senza luce i colori non si percepiscono»

«Le è utile percepire i colori?»

«Perché in bianco e nero sembra tutto finto, sembra qualcosa che è passato, non vissuto. Sembra qualcosa che si subisce e non puoi modificare. Come il finale di un libro»

«Magari non sarà un finale triste»

«Sono sempre finali tristi»

[silenzio]

«Ma la luce la si cerca nelle piccole cose che risplendono infondo al buio. A volte basta quello, un piccolo scintillio al quale aggrapparsi per iniziare la risalita»

«Basta così poco?»

«Si incomincia così no? Dal poco e dal piccolo, poi si cresce»

«Sta rimparando a crescere?»

«Si piccole pillole, perciò siate pazienti»

[rumore in sottofondo di una risata]

«Piccoli passi per non cadere»

 

 

 

 

 

Missione quasi impossibile – Raluca Sandru

Caterina: donna 75+ anni, grassottella e molto distinta, signora di altri tempi. Vispa e intrepida nonostante gli anni e i kg di troppo. Antica compagna di Goffredo

Antonio: giovane napoletano imberbe, timido, innamorato segretamente di Josephine

Josephine: trentenne molto spigliata, francese, raffinata. Di buon cuore

Piero: vecchio contadino, un poco rozzo, affidabile, dalla grande pancia e senso di responsabilità

Goffredo: anziano 75+ anni, lievemente demente, aristocratico

 

 

{Notte fonda. Si sente un cane abbaiare da qualche parte, il passaggio di una macchina in lontananza, il respiro di una persona che dorme profondamente}

Narratore: era la notte prima del trasloco. Nell’appartamento di via Principessa Clotilde, le scatole ripiene e accuratamente etichettate aspettavano silenziose l’ora del loro viaggio verso una nuova abitazione.

{Rumore di carta strappata seguito da quello di un piatto che si rompe}

Caterina: “Ohi, ohi, ohi!” {lamenti}

Josephine (sussurrando con voce concitata, cristallina e dall’accento marcatamente francese): “Antonio, svegliati, per amor di Dieu! Caterina è scappata! Svegliati!” {la voce è accompagnata dal tintinnio di un bicchiere di cristallo}

Antonio (voce rauca, balbetta con accento napoletano): “Co..co..co…. cosa c’è, signorina Josephine? “

Piero (voce baritonale, che parla lentamente): “C’è che dobbiamo andare a fermarla! Focosa com’`e`, Caterina farà una pazzia”

Narratore: Uno a uno, dalla scatola con la scritta “Cucina” uscirono la coppa di champagne, scuotendosi di dosso i resti di polistirolo, seguita dalla caffettiera, che aiutava il panciuto mestolo dall’intenso odore di minestrone a liberarsi dal suo involucro di carta di giornale.

Antonio: “Venite, signor Piero, venite. Fate attenzione.”

{Scalpiccio di passi rapidi}

Antonio: “ Eccola! Lì, davanti alla scatola dei ricordi!”

Josephine (preoccupata): “Caterine, mia cara, cosa pensava di fare?”

Caterina (con voce lamentosa): “Devo salvare Goffredo! Lo pensavo morto, invece è vivo. Vivo! Ma è stato destinato al cassonetto, tesoro, e se non lo libero, domani sarà la sua fine. Oh…” ( voce tremante) “lui è l’unico che mi è rimasto. Tutti gli altri bicchieri si sono rotti durante i traslochi. Siamo fatti di ceramica noi, e abbiamo una certa età. Ci rompiamo facilmente..” (sospira)

Antonio (impetuoso): “Allora jamme, signo’. E che a Maronn ci accumpagna! (Soffia) “Vi porto io, signo’. Signor Piero, datemi una mano”

Piero (gemendo per lo sforzo): “Faccia piano, Caterì, che qui succede un macello”

Narratore:  Josephine, intrepida, apriva la strada al resto della compagnia. Era di cristallo, quella coppa. Abituata a stupire tutti con le sue linee eleganti, la sua trasparenza, la danza che faceva fare alle bollicine al suo interno. Antonio la guardava ammirato. Diventava di un rosso accesso e il suo corpo sprigionava un tenue bagliore quando Josephine gli si avvicinava. L’avevano notato tutti.

Piero (ridacchiando sotto voce): “Giuseppi’, stagli un po` più vicino. Che ci rompiamo l’osso del collo, mannaggia!”.

Narratore: Grazie ad Antonio che brillava come un faro nella notte, arrivarono senza incidenti nell’angolo dei reietti. {Musica horror} Il paesaggio era desolato, tra due vecchi tappetti arrotolati, il manico di una scopa, un forno a microonde senza vetro, una scatola di recupero sulla quale tronava, minacciosa, la scritta in stampatello ‘Buttare via”. {Gemiti, respiro affannato}. Caterina, Piero e Josephine, sostenuti da Antonio, salirono sul bordo dello scatolone. Oggetti scheggiati giacevano rassegnati al loro destino, uno sopra l’altro, in uno scenario apocalittico.

Caterina (preoccupata, grida con forza): “ Goffredo! Dove sei, mio amato?”

Goffredo (tossicchia, si raschia la voce come se si fosse appena svegliato): “ Chi va la? “

Caterina (gioiosa): “Sono io! Caterina!”

Goffredo: “Ah, questa sembra proprio la voce della mia Caterina”

Caterina: “Vieni, mio caro. Esci da lì. Ti aiutiamo a salire”

Piero (sbuffando): “Attenzione, Caterì. Vuoi mica cadere in questa fossa anche tu? Sono forte io, ma non posso tenerti se ti sporgi così!”

Goffredo (voce spezzata, un po’ teatrale): “Mia diletta! Angelo mio!”

Narratore: Tenendolo per i piedi, calarono nel ventre dello scatolone Piero, che posò Goffredo nel suo capiente pancione e con un’abile mossa, lo catapultò fuori dalla sua prigione. Dall’altra parte del muro di cartone, Antonio lo prese in braccio, attutendogli la caduta.

{Grida di trionfo e allegria. Si sente “Evviva! “ da più voci, risate, applausi}

Caterina ( giubilante): “Tra le mie braccia! Finalmente!” {tintinnio di due  oggetti di ceramica che sbattono uno contro l’altro)

{Risate. Si sente in sottofondo “ce l’abbiamo fatta”, “che gioia”. Piero tira su con il naso, commosso.

Goffredo piange, sommesso}

Josephine (allegra): “Barbe Nicole!”

Narratore: Una bottiglia di Veuve Clicquot Ponsardin arrivò di corsa {scoppio di tappo e champagne che scorre. Bicchieri che si riempiono. Cin-cin di bicchieri. Musica allegra. “Salute!” , “Evviva!”}

Narratore: Ubriachi di gioia, tornarono ai loro posti, Caterina e Goffredo ancora abbracciati nella scatola “Ricordi”.  Seguiti da tutti gli altri oggetti salvati dalla rottamazione, pronti per il trasloco imminente.  Marie Kondo, dalla copertina del libro poggiato sul comodino, girò gli occhi in sù {sbuffo, voce femminile}

 

 

 

 

 

 

L’accendino –  Pier Angela Dichio

 Personaggi:

Accendino

Elena

Eugenio

Padre

 

Situazione:

l’accendino è triste il suo padrone è morto, ora si trova nel pugno della sorella e racconta la sua storia con Eugenio.

 (Accendino):-«Non sono un oggetto da niente, appartengo alla nobiltà degli oggetti d’oro.

Ho acceso tante di quelle sigarette al Signor Eugenio, che ne è morto. Ora sono nel pugno di sua sorella, Elisa. La mano è calda e la stretta morbida, mi tiene sul petto mentre racconta a Sara quel giorno.

Eugenio compiva trent’anni. Suo padre aveva già pianificato la vita dei suoi figli, con tanto di scadenziario. Per il compleanno, a dieci anni, si regalava una bicicletta, a vent’anni la patente e un’utilitaria, a trenta erano ammessi fumo e alcol, a quaranta la crociera nel Mediterraneo, a cinquanta non lo so perché Eugenio morì prima di compierli.

Sembrava che nessuno osasse contraddire il padre, in realtà i due figli gozzovigliavano eccome. Che la madre lo sapesse non cambiava le cose, la pace quotidiana non andava scalfita.

Fuori casa c’era il ’68, il mondo ribolliva di idee nuove. Io accendevo sigarette a ragazzi che urlavano nelle piazze, a ragazze che Eugenio baciava sulle panchine e in appartamenti presi in prestito. Il vecchio qualcosa intuiva ma lasciava correre.

Fu il primo giorno di lezione, al liceo Manzoni, che Eugenio incontrò Elena, anche lei da poco professoressa. Si riconobbero subito dall’odore del tabacco.»

(Elena):-«Hai una sigaretta?»

(Eugenio):-«Si certo».

(Accendino):- «Rispose lui, frugando nelle tasche. Aveva però lasciato il pacchetto nella cartella, a da lì lo recuperò e glielo porse.»

(Eugenio):-«Sono Eugenio Masi, insegno filosofia».

(Accendino):-«Non fu la presentazione a impressionare Elena. Eugenio mi aveva tirato fuori dal taschino dei calzoni per accenderle la sigaretta. Il click si sentì appena e la fiammella mi uscì come un soffio azzurro. Lei mi guardò, stupita che un professore di filosofia, con una giacca di velluto malconcio e un paio di scarpe usurate ai piedi, avesse con sé un accendino d’oro.»

(Elena):-«E’ bellissimo.»

(Accendino):-«Ci credo, era primavera e io brillavo al sole.

Alla vigilia di Natale, Eugenio fece conoscere la fidanzata alla famiglia.

Suonarono il campanello, sotto una targhetta che pretendeva di luccicare sebbene fosse soltanto di ottone. Venne ad aprire il padre e già la prima occhiata non fu di approvazione.»

(Padre):-«È troppo alta, è troppo magra, con quei capelli troppo lunghi la riga in mezzo che sembra la madonnina triste»

(Accendino):- «Così il padre sussurrò al figlio mentre lo abbracciava per salutarlo.

Elena si tolse il cappotto.»

(Padre):-«La gonna è troppo corta, gli stivali troppo alti, così sopra il ginocchio li portano solo i pescatori».

(Accendino):-«Elena venne soprannominata “la signorina Troppo”.»

Nota di regia:- si sente la risata di Eugenio.

 (Accendino):-«Eugenio rideva, non gli importava del giudizio del padre. Aveva già letto Kerouac con quel che ne consegue.»

Nota di regia:- si sente in sottofondo un accenno di musica jazz.

(Accendino):-«Dopo due anni di convivenza, in un piccolo appartamento di ringhiera, nacque Sara. Elena già quando era incinta aveva smesso di fumare, e adesso a Eugenio toccava rifugiarsi sul balcone, sia di giorno che di notte, con il sole bollente dell’estate o con la neve e il ghiaccio d’inverno. Lei mi sdegnava.»

(Elena):-«Prendi il tuo gioiellino e vai fuori».

(Accendino):-«Gio-ie-llino, così ridicolizzava la mia nobile discendenza. Io che sono nato per soddisfare un bisogno, che servo a scaricare l’aggressività, che aiuto a calmare l’ansia, trattato così, da servo inutile. E dire che anche lei mi aveva usato per anni, e allora sì che ero indispensabile. Ah! Umana ingratitudine.

Durante la malattia a Eugenio fu permesso di fumare in salotto, i suoi polmoni non avrebbero sopportato gli sbalzi di temperatura.

La sua mano mi girava, mi rigirava, mi puliva con un panno bianco e di notte mi faceva riposare sul legno del comodino in compagnia delle Camel.

Con l’avanzare dei mesi la sua mano era dimagrita, negli ultimi giorni tremava. Rimasi con lui fino al suo ultimo respiro.

L’ultimo giorno non riuscì ad accendere la sigaretta che teneva tra le labbra, mi strinse forte tra le ossa delle dita avvolte solo dalla pelle gialla.

Poi lasciò la presa e io caddi sul pavimento con un tonfo che fu un richiamo per Elena. Entrò nella stanza, piangeva.

Mi diede un calcio e io finii sotto il letto.

Mi trovò Elisa. Mi guardò con gli occhi allagati dalle lacrime. Mi chiuse nel pugno e mi strinse al petto.»

 

 

LA STUFA E IL CAMINETTO – Pier Angela Dichio

Situazione: in una baita di montagna una stufa e un caminetto dialogano

Personaggi:

Caminetto

Stufa

Gigi

Bambino

Madre

Il cane Bobo

(Caminetto):-«Qui si gela in questo silenzio da neve. Chissà se Gigi riuscirà a venire?».

(Stufa):-«Spero proprio di si altrimenti i miei atomi si spaccheranno in tanti piccoli pezzettini di ghiaccio»

(Caminetto):-«Smettila, non esagerare! quante volte sei rimasta al freddo nel corso dei tuoi 102 anni.»

(Stufa):-«Non tanti qui è stato sempre abitato, anche durante la guerra. Non ti ricordi quando sono venuti i partigiani?  In ogni caso allora ero una giovane stufa, brillante, ora sono vecchia e annerita, con qualche piccola crepa.  Ti faccio notare, caro caminetto, che anche tu sei invecchiato i tuoi mattoni non sono più rossi come una volta.»

(Caminetto):-«E’ vero, il tempo non risparmia niente, soprattutto la tua ghisa. Ti ricordi Anselmo il padre di Gigi e la Gigliola? Loro si, che tenevano a noi! Ci pulivano e Gigi ci parlava pure. Quanti pianti ha fatto difronte a me quando è morta sua moglie, io con la mia fiamma lo consolavo per quel che può fare un camino.»

(Stufa):-«Allora era diverso, Anselmo abitava qui, noi eravamo il suo focolare. Gigi abita in città con la famiglia. Hai sentito che hanno i termosifoni per scaldarsi? Boh! Chisà come sono fatte quelle stufe-termosifoni.»

(Stufa):-«Mi hai senta cantare questa notte? Il vento è entrato nel mio tubo e io vibravo come un flauto.»

(Caminetto):-«Ma se sei stonata! Con tutto il rispetto non tutti possono risuonare come il clarinetto di Anselmo o la tromba della Gigliola.»

(Stufa):-«Stonata? Ma quello è il vento che non è ben accordato io ho solo un tubo, mica sono un organo a canne come quello della chiesa in piazza.»

(Caminetto):-«Che ne sai tu dell’organo della chiesa?»

(Stufa):-«Lo so, perché prima di venire qui, ero nella sacrestia.»

(Caminetto):-«Altro che organo! Nelle serate d’inverno Anselmo, Beppe, Leo e la Gigliola facevano dei bei concertini! Tutti seduti intorno a me, in mezzo a loro si stendeva Bobo Segnor e qualche volta partecipava con un uh, uh. Ragazzi che allegria! La tromba emetteva note perfette, nessuna sbavatura. Suonato da lei il pezzo risultava di un’architettura armoniosa. Te la ricordi la sera di capodanno del 1960?»

(Stufa):-«Come no? Gigliola aveva in dosso un vestito da sera e le scarpe dorate dello stesso colore della tromba, spendeva da capo a piedi.»

(Caminetto):-«Suonava le note gravi e poi le scale diventavano veloci, si coloravano di toni alti e la sua testa andava indietro e poi tornava in avanti, trascinando nel movimento la sua chioma bionda che ondeggiava, all’ondeggiar dei suoni.  La chitarra rispondeva, riprendendo il tema e poi l’improvvisazione del clarinetto. Leo suonava sulle pentole di alluminio con i mestoli di legno e il ritmo si faceva più veloce, accelerava come un treno quando prende la rincorsa. Di nuovo suonava la tromba il tema e il pezzo si chiudeva. Quella sera i presenti alla festa applaudirono per lungo tempo.»

(Stufa):-«A quel tempo eravamo sempre accesi. Grossi tronchi Anselmo metteva nella mia pancia il fuoco non si spegneva mai, io ero bollente e servivo anche come fornello, l’odore del caffè al mattino e quello del minestrone alla sera. Adesso nessun odore a stuzzicare i miei atomi, nessuno cucina più. Anche quando vengono Gigi e famiglia mica cucinano, vanno al ristorante.»

Nota di regia: si sente un lamento e un sospiro

(Stufa):-«Siamo rimasti soli, in questi giorni di tormenta. Per consolarci, possiamo dire che siamo fortunati, abbiamo ancora un tetto sulla testa. Quando la Irma è morta la sua povera stufa è finita in mezzo ad una strada»

(Caminetto):-«Hai sentito?»

(Stufa):-«Sentito cosa?»

(Caminetto):-«Il rombo del motore, Io sento arrivare giù dal camino»

(Caminetto):-«Sento dei passi scricchiolare sulla neve del vialetto.»

(Stufa):-«Io non sento niente.»

(Caminetto):-«Sono loro! Che meraviglia staremo al caldo!»

Nota di regia:- Si sente un cane che abbaia sommessamente

(Stufa):-«Si adesso li sento. C’è anche Bobo Jugnor lo sento bofonchiare, con la vecchiaia abbaia sempre più sommessamente.»

Nota di regia:- Si sente la chiave che gira nella serratura

(Caminetto):-«Ecco la chiave gira nella serratura.»

(Gigi):-«Bambini non togliete la giacca, qui si gela, intanto io accendo camino e stufa.»

(Bambino):-«Mamma ho fame.»

(Madre):-«Devi aspettare, intanto riscaldiamo la casa, poi andremo al ristorante sono solo le 6!»

(Stufa):-«Ecco che Gigi mi infila dei piccoli rami nella pancia, già pregusto il calorino, i miei atomi si rilassano. Il fuocherello è acceso! Uhm! Beatitudine!»

 

 

 

Storia di una caffettiera – Stefania Salemi

 La caffettiera è in cucina e parla con se stessa ripensando ad alcuni momenti della sua vita. É mattina, i padroni di casa sono usciti e gli altri oggetti sono in giro a fare qualcosa.

(Si sente in sottofondo il suono del caffè che sale) “No, questo caffè ha un odore fortissimo oggi, puàh, che schifo! Perché devono cambiare sempre aroma. Ecco, ora mi verrà mal di pancia, ne sono sicura. Ho già la nausea!

(La caffettiera ha il tono sarcastico) Come fa Tazzina buffa a dire che non c’è differenza tra una miscela e l’altra? Certo, lei è una tazza e non sente salire il caffè come faccio io. Vorrei vederla al mio posto cosa farebbe, vorrei proprio vederla quella birbante .

(La caffettiera imita la voce infantile di tazzina buffa) “Sei troppo esigente, cara” …….Altro che troppo esigente, sono disgustata!

(La caffettiera ha il tono deluso) Tazzina buffa mi fa proprio arrabbiare quando sottovaluta il mio disagio, non riesce a capire cosa provo, uffa! .

(La caffettiera ha il tono affettuoso, come quello di chi ripensa ad un caro amico. Fa una pausa prima di continuare e cambia tono) Ma come faccio a tenerle il broncio? É la mia migliore amica. É stata la prima in cui ho versato il caffè quando sono arrivata qui. Com’era strana con quegli occhi sbarrati e la lingua di fuori: (La caffettiera ripensa alla prima volta che ha incontrato la tazza. Ha il tono spaventato) “stai male? Ti ho forse bruciata con il caffè? Era troppo caldo? Cosa faccio, cosa faccio ora?  pensavo di averla bruciata, ma la sua faccia è sempre così, ha l’espressione di una che è in preda all’asma! Ah, Ah, Ah…….Quella volta si è arrabbiata: (la caffettiera imita la voce offesa della tazza) “Non è giusto burlarsi delle disgrazie altrui, sai?” …….Ora siamo inseparabili!

(Mentre pensa alla sua amica la caffettiera osserva gli altri oggetti e fa commenti su di loro).

Guarda, guarda, i piattini del caffè si stanno lamentando di nuovo. Perché non li abbinano mai con la tazzina giusta? Ma dai! Un po’ di gusto ce l’avete, si o no?

E le bottiglie dell’acqua? Le hanno riempite così tanto che sembra scoppino da un momento all’altro (si sentono gorgoglii in sottofondo……..Poi la caffettiera incontra una sua simile. La caffettiera del Napoli ha una voce robusta e squillante).

Caffettiera: Oh, guarda chi c’è. Ciao.

Caffettiera Napoli: Ciao, cosa ti è successo?

Caffettiera: ti ricordi quando mi hai detto che mi invidiavi perché sono una normalissima moka e tu, invece, sembri un fenomeno da baraccone?

Caffettiera Napoli: Certo che ti invidio. Usano sempre te, io sono quella che viene messa in mostra solo per gli ospiti. Devono far veder come canto bene “O surdato ‘nnammurato” mentre sale il caffè…..Sono stanca di questa vita, le mie giornate non hanno senso.

Caffettiera: Non hanno senso? Ma che dici. Tu si che sei originale: sei bicolore, canti e hai una bellissima forma bombata. Vuoi fare il confronto con me? Sono grigia, piccola, di una banalità assurda! L’unica cosa che, in questo momento, mi rende diversa dalle altre è il fatto che qualche giorno fa il mio manico si è squagliato.

Caffettiera Napoli: Com’è successo?

Caffettiera: Non mi ci fare pensare. Avevo atteso tutta la notte che arrivasse il momento della colazione perché avevo sentito che avrebbero usato di nuovo il mio aroma preferito, ma le cose non sono andate come le avevo sognate.

Ho visto arrivare l’uomo di casa, che mi ha afferrata con gli occhi pieni di sonno. “Ehi, sto scoppiando. Ma quanta acqua hai messo? Oh, attenzione, mi fai cadere così! Ma che fai, Abbassa subito il fuoco che mi sto bruciando tutta…..ohi, ohi, ohi, che male”.

Ovviamente, lui non mi ha sentita ed è andato in bagno lasciandomi così, in preda alle fiamme. Tazzina buffa è subito venuta in mio soccorso e ha cercato di abbassare il fuoco, ma poverina non sapeva come fare senza mani. Ho gridato e pianto e ho cercato di muovermi per spostare il manico dalle fiamme, ma non c’è stato niente da fare. L’odore di bruciato è arrivato prima ancora che avessi consapevolezza del dolore. Ha invaso la casa e si è mescolato con quello del caffè che, intanto, era fuoriuscito. Un disastro!

Caffettiera Napoli: Poverina! Come ti sei salvata?

Caffettiera: Lui è arrivato di corsa imprecando e ha spento subito il fuoco, ma era troppo tardi, il mio manico era andato……Per sempre. Da quel giorno mi sento ancora meno attraente e so che non guarirò mai da questa mia disabilità. Ti guardo e mi sento bruciare tutta.

Caffettiera Napoli: dai, non prenderla così. Sei sempre bella!

Caffettiera: fai le cose facili tu. Guardami, che futuro posso avere senza manico? Tazzina buffa sostiene che mi terranno perché si sono affezionati a me. Sono stata una compagna fedele nelle notti in cui l’umana studiava per preparare la tesi e ho dato sostegno ad entrambi ogni volta che hanno avuto bisogno di caffeina per cominciare la giornata. Questo dovrebbe farmi sentire a posto con me stessa e dovrebbe farmi sperare. Invece, la mia paura è di essere buttata nell’immondizia insieme alle cose vecchie. Questo è ormai il mio unico pensiero.

Caffettiera Napoli: no, vedrai che ti terranno.

Caffettiera: Dici? Li conosco gli umani io…..Si, li conosco.

 

LA CASA MAGICA DELLA GRANDE MADRE – P. Pasquin

Dialogo per radio

A due voci: la narratrice e la voce della casa magica

Io amo chiamarmi la Grande Madre in ricordo e continuazione della tradizione delle Grandi Madri che comandavano la costa ionia della Calabria e della Sicilia ai tempi delle colonie greche: erano le donne delle caste superiori a prendere tutte le decisioni per le loro città, perché gli uomini andavano in guerra e sapevano occuparsi solo di quello.

La mia casa risente degli echi lontani di quest’epoca mitica: si trova In un ridente paese sul mare, su un promontorio che, secoli addietro, era un’isola: si trova all’ultimo piano di un palazzo un po’ datato e si raggiunge solo dopo aver ‘scalato’ 99 gradini. A piedi, naturalmente, perché non c’è l’ascensore. Questo allontana chi ha difficoltà a salire tante scale, ma anche i normali malintenzionati, che desistono.

Si può dire che sia una sorta di nido d’aquile, come l’alloggio di mago Merlino, alla sommità della torre del castello di re Artù, che carezzava il cielo e faceva l’occhiolino alle nuvole viaggiatrici.

Una volta arrivati lassù, però, sembra di essere su una nave, sollevata verso l’azzurro della volta celeste, ma insieme navigante in un mare turchino costellato da una corona di 7 isole, una sempre accesa a sparare fiamme e fumi dal suo cratere.

Siccome è una casa magica, le creature del mare vengono a salutare, spesso, la mattina: le sirene, in particolare, cantano e danzano sulla cresta delle onde davanti a lei, prima di inabissarsi nelle profondità marine inesplorate dove ci sono le loro grotte . Dopo i temporali, verso l’orizzonte marino, si aprono arcobaleni coloratissimi e persistenti, talvolta anche quello, assai raro, di luna o notturno.

Qualche secolo fa, tutto il palazzo, antenato dell’odierno, era sede di un ente occulto e si capisce ancora di più perché l’appartamento al suo apice conservi ancora un poco di questa aura speciale. La casa non ha un nome ma è viva e ha una sua personalità spiccata, persino in po’ dispettosa, per farsi rispettare, probabilmente, anche da chi le vuol bene, ma soprattutto da chi non l’apprezza.

“ Eccomi.. mi hai presentato; adesso basta chiacchiere “ interloquisce lei sempre attentissima, non le sfugge niente.

“ E’ vero : io metto alla prova chi si arrampica fino a me”e qui fa una smorfia, ( aprendo e chiudendo la porta di botto) “ anche chi ha il coraggio di abitarmi: se mi aggiusti una tapparella rotta, subito io rompo una maniglia, se si ripara il rubinetto del bagno, io guasto un interruttore o il frigorifero e così via….

Voglio essere coccolata, come una bambina sempre bisognosa dell’affetto della mamma.”

Quando i bimbi vanno a trovare la Grande Madre, il pavimento sussulta per la gioia, ondeggia come un’altalena e loro saltellano felici come se si trovassero su una giostra. Quindi sa essere burlona e giocherellona.

Ma se invece, è triste, diffonde un lamento indefinibile tutto intorno e non c’è verso di farla smettere.

“ Io non sono una casa qualunque, che vi credete, ho la mia sensibilità… dovete avere compassione di me: ogni tanto sono stanca, poi ho bisogno di rispetto e considerazione!!!”

In certi momenti, poi, forse quando è particolarmente adirata, di notte, mette in funzione tutti i dispositivi sonori ed elettronici: si accende la radio senza che nessuno l’abbia azionata, poi squilla il cellulare, ma nessuno ha chiamato, suona il timer del forno, il computer fa risuonare una canzone rock, la stampante si avvia e stampa centinaia di fogli a macchie o con immagini di dinosauri, la televisione intanto trasmette una lezione di fisica o una commedia di De Filippo in stretto dialetto napoletano… insomma un vero caos…

Ci vuole tempo e pazienza per placare il tutto: io Grande Madre, magari in pigiama, devo mettermi a colloquiare con la mia casa, tranquillizzarla, farle sentire il suo affetto.

“ Tesoro, che ti succede? “ le domando, “qualcosa ti disturba? o qualcuno ti ha fatto del male mentre io non c’ero? “

Il più delle volte lei sospira e mi chiede : “ Ma tu mi vuoi bene? “ e alla mia rassicurazione, ridiventa tranquilla.

Seguono periodi normalità, nei quali ci si dimentica di stare in una casa fatata, ma poi ecco che ricominciano i fenomeni inspiegabili: la torta nel forno si rimpicci0olisce anziché lievitare, il computer scrive le parole al contrario, le finestre chiuse ermeticamente si aprono da sole, i tappeti si accartocciano e fanno o sgambetto a chi passa vicino…, insomma di nuovo il delirio.

Se le chiedo il perché di tutto questo spesso mi dice soltanto che un tal ospite le era antipatico.

Una volta, addirittura, il muro di una stanza si è messo a trasudare sangue: naturalmente questo fu causa di grande preoccupazione per me:

Le chiesi disperata: “ Ma cosa ti capita: hai qualche sofferenza o è per colpa di un maleficio che ti hanno fatto?”

Non ottenni mai risposta: fu necessario aspettare che cessasse il flusso e poi dovetti ridipingere tre volte con colore denso le pareti.

Alla fine, pacificata,mi sospirò: “ Ecco adesso va meglio”, tutto qui…c’è proprio da impazzirci.

Raramente capita anche che la casa confonda la posizione delle stanze, invertendole, oppure che le scale di accesso si allunghino a dismisura, oppure che il terrazzo si espanda sino a diventare una piazza.

“ Vi siete persi, eh? “ ci prende in giro.

In questi casi lei ride soddisfatta di averci del tutto scombussolati

Insomma è una casa straordinaria con sue reazioni positive: come quando compaiono in cucina alimenti non comprati, per la gioia dei piccoli in visita: gelati, torta al cioccolato, lecca lecca o negative come quando i saponi puzzano invece che profumare, l‘acqua della pasta sul fuoco ghiaccia invece di bollire, le pareti bianche diventano nere e così via, ce n’è sempre una nuova, non si sa mai cosa aspettarsi.

“ Che pensi che io sia una noiosa copiona?” bofonchia lei, con sufficienza.

Per non parlare dei quadri appesi alle pareti, che ritraggono persone reali: chiacchierano, fanno commenti, talvolta i soggetti escono dalle cornici e vanno a spasso per qualche giorno.

“ Sono i miei amici e li devo far divertire un poco “ è il suo commento se le chiedo qualche spiegazione.

Vorrei invitarvi a visitare questa casa portentosa, ma è lei a scegliere chi far arrivare e può essere pericolosa in caso contrario: per esempio spinge l’ignaro visitatore sul terrazzo e poi lo fa cadere giù abbassando di nascosto il parapetto dello stesso, dove si è appoggiato; invece, per gli amici che le piacciono molto, sviluppa un profumo che li inebria e non li fa allontanare…

Perciò accontentatevi per adesso di questa mia descrizione e vi prometto che tornerò a raccontarvi le altre sue avventure magiche..
.
Nota di regia: accompagnare il testo con i suoni di sottofondo cui si fa riferimento ( es suono delle onde, canto di coro si soprani per le sirene, porta che sbatte, etc.)

SCANSATE – Orsola Barro

PERSONAGGI

VOCE NARRANTE ………………….……….……………….… Femmina, matura

SOCRATE ………………………………………..….………….…. Maschio, anziano, solenne

DOSTOEVSKIJ ………………………………………………….… Maschio, con forte accento russo

DANTE …………………………………………………….…….…. Maschio, accento toscano

ANTOLOGIA ……………………………………….……………… Femmina, giovane

A.I. ……………………………………………………………….…… Femmina, altezzosa e saccente

RIVISTA ………………………………………………………..……. Femmina, giovane e petulante

HAWKING …………………………………..…………………….. Voce maschile, robotica e distorta

LORENZO …………………………………..……………………… Maschio, giovane

MARTA ………………………………..……………………..……. Femmina, giovane

VOCE NARRANTE

L’altra sera ce la siamo vista davvero brutta. Sembra incredibile che nel nostro reparto (settore centrale, terzo ripiano, sezione CLASSICI) possa succedere qualcosa di eccitante eppure ancora adesso, se ci ripenso, mi tremano tutte le pagine.

Gli altri sonnecchiavano tranquilli, cullati dal volume basso della tv, mentre Marta, nella poltrona qui sotto, accarezzava il gatto e sfogliava un libro. Uno nuovo.

Fino a qualche tempo fa avevo sempre accolto con gioia i nuovi arrivi. Tra noi ormai ci si conosce da un pezzo: Marcel con il suo profumo delle madeleines, Omero che si rifiuta di parlare con James perché ha osato chiamare Ulisse un ometto noioso di cui nessuno sa che fine faccia, i soliti racconti di Edgard ad Halloween, William che di tutto fa una tragedia… Un nuovo arrivato aveva sempre qualcosa di interessante da raccontare.

Ma sullo scaffale si iniziava a stare un po’ stretti, e il libro che Marta sfogliava era davvero voluminoso: almeno 500 pagine, a occhio e croce, con tanto di copertina spessa e rilegatura a filo.

(sottofondo voci indistinte dalla tv)

(TRILLO DI TIMER)

 SOCRATE (indignato)

Ma… che modi!

DOSTOEVSKIJ (allarmato)

Ehi, non vedo più niente!! Cosa succede?

DANTE (sotto sforzo)

Nel mezzo del ripian della mobilia

ci misero sul capo cosa oscura.

Il peso è tal che ci assottiglia!

SOCRATE

Almeno 5 mine, per Giove!

VOCE NARRANTE

Essendo i più alti del gruppo, erano loro a dover reggere tutto il peso del libro che Marta aveva appoggiato sulle nostre teste quando era andata in cucina.

DOSTOEVSKIJ (agitato)

Ma chi è, questo? Non può stare qui lui! Via! Non c’è spazio!

VOCE NARRANTE

Dalla mia posizione riuscivo a intravedere qualcosa sulla copertina, ma non abbastanza, così chiesi a Socrate di spingermi un po’ più in là.

SOCRATE (solenne)

Chi vuol muovere il mondo, prima muova se stesso.

VOCE NARRANTE

Non capivo sempre quello che diceva Socrate.

SOCRATE (sarcastico)

Tesoro, non sei proprio un quadernino, e io ormai ho una certa età.

(fa versi di sforzo)

Allora, vedi qualcosa?

VOCE NARRANTE

Intravedevo solo due iniziali: A.I.

SOCRATE

A.I.? Mmmmmhh… Anassagora, Anassimandro, Anassimene, Aristotele… No, niente, mai sentito.

VOCE NARRANTE

E ti pareva! Certo che anche io, andare a chiedere a quello che di non sapere ha fatto un mestiere…

Mi rivolsi ad Antologia, decisamente più aggiornata e abituata a dare risposte comprensibili.

ANTOLOGIA

Aspetta, fammi cercare nell’indice: AA… AB…AC…

A.I. (sarcastica)

Smettete pure di cercarmi tra le vostre pagine ammuffite, non mi troverete mai: io sono…  

(trionfante)

IL FUTURO!

(con disprezzo)

Cosa potete saperne voi, del futuro? Tu poi, con quel titolo… “L’idiota”…

DOSTOEVSKIJ (offeso)

Ma come si permette?

A.I. (con scherno)

Poveri vecchietti, ve lo spiego io, il vostro futuro: se vi andrà bene, in uno scatolone in soffitta. Proprio così: potete dire addio al vostro comodo scaffale davanti alla tv, alla seduta settimanale di arieggio-e-spolvero, alle vacanze estive in spiaggia, alle serate davanti al camino e le nottate sul cuscino. Basta, fine, stop. (trionfante) Ora sono arrivata IO, l’Intelligenza Artificiale! A.I., per gli adepti. E a giudicare dal vostro odore di muffa, direi che voi proprio non lo siete.

RIVISTA (seccata)

Senti un po’, carina. Qui, tra le mie pagine belle lucide e patinate, di muffa non ne trovi di sicuro. E, per tua informazione, di te io so tutto.

TUTTI (stupiti)

Tu coooosa??

VOCE NARRANTE

A parlare era stata una rivista, una di quelle che stazionavano qualche giorno sul tavolino davanti alla tv e poi via, nel bidone del riciclo.

RIVISTA (a voce alta, stizzita)

Giaaaaà. Pagina 37: A.I.: Tutto Quello Che Dobbiamo Sapere.

(prende fiato e poi parla velocemente, sempre più concitata)

E’ un supercomputer che può imparare da solo: gli danno da leggere tutti i libri del mondo, ci impiega un attimo e poi qualunque cosa gli chiedi lui la sa. Ok, questo lo fanno anche altri computer, ma A.I. è diventata così brava che può fare qualunque cosa, da sola.

Anche scrivere libri! In pochi minuti! Tantissimi!

TUTTI (spaventati)

Ma siamo già troppi!!

AI (trionfante)

Sììì! Milioni, miliardi di libri!

(risata sadica)

Li metterò tutti in rete, e ben presto di voi non si ricorderà più nessuno!

(risata di trionfo)

HAWKING

La super intelligenza sarà estremamente brava a raggiungere i suoi obiettivi, qualunque ostacolo incontrerà sul suo cammino.

SOCRATE (bisbigliando)

Pst, Steve, in che senso “in rete”?

HAWKING

Dopo ti spiego.

VOCE NARRANTE

Quella voce la conoscevamo bene. Arrivava dal reparto SCIENZA, non erano chiacchiere da parrucchiera.

Bisognava assolutamente fare qualcosa. Subito.

Iniziammo ad agitarci, distendere i dorsi, allargare le pagine, per quanto il poco spazio ci permetteva.

Poi, dall’ultimo ripiano, un vecchio manuale di aerobica iniziò a darci il ritmo. Un, due, tre, quattro. Un, due, tre…

(TONFO)

MARTA

Ehi, cos’è stato?

(RUMORE DI PASSI)

LORENZO

C’è un libro in terra: A.I. Cos’è?

MARTA

La sceneggiatura di un brutto film di fantascienza. Lasciala sul tavolino, tanto domani la rispedisco al mittente.

 

 

 

 

 

La lettera – Mariella Zambetti

Al rientro dal lavoro, nella buca delle lettere, trovo una busta bianca.

E’ una busta classica, di quelle con la chiusura a triangolo, la vedo chiaramente mentre mi avvicino alla cassetta della posta condominiale, che è di vetro trasparente.

Mano a mano che la distanza diminuisce la visuale della busta si fa più nitida e posso scorgerne da vicino i dettagli.

Non vedo francobolli: deduco che chiunque l’abbia portata sia venuto di persona, abbia suonato a qualche vicino di casa per farsi aprire e l’abbia infilata nella mia cassetta.

Un po’ questo pensiero mi inquieta.

Sulla parte anteriore della busta c’è scritto qualcosa. Mi faccio ancora più vicina, toccando il vetro freddo con la punta del naso e inclinando la testa di lato, per leggere meglio.

A chiare lettere, in stampatello, c’è scritta una frase.

“PER MARIELLA: CORAGGIO E AVANTI SEMPRE”.

Il respiro mi si mozza, il cuore ha un guizzo.

Quell’espressione – Coraggio e avanti sempre – la usava d’abitudine mio padre quando mi vedeva triste. Era il suo modo per farmi capire che nei momenti di sconforto è importante guardare alla vita con fiducia, che poi i periodi bui passano e la luce torna a splendere forte.

Me l’ha ripetuta anche poco prima di morire, nel letto dell’ospedale, tentando di darmi la forza per continuare a vivere senza di lui.

Vedere riportato quel suo modo di dire, ora, su una busta da lettera, mi disorienta.

Chi può averlo scritto?

Con le mani che mi tremano apro la borsa per cercare la chiave, quella piccola con l’impugnatura sottile, che si perde sempre in mezzo al resto delle cose: libri, matite per gli occhi, qualche biro, il burrocacao, scatole di medicinali per il mal di testa.

Ogni volta che la cerco questa cavolo di chiave non la trovo mai, dico sempre che dovrei attaccarla al portachiavi, dove tengo quelle di casa, ma poi me ne dimentico e la chiave della posta resta lì, sepolta in un angolino, soffocata dal mare di roba che tutti i giorni mi porto appresso.

Cincischio nella borsa, frugando tra gli oggetti, rimestandoli uno sull’altro in un moto di insofferenza.

Mi pungo il dito con una matita appuntita.

Merda – penso, mentre mi porto l’indice alla bocca e succhio via una gocciolina di sangue.

Il cappotto che ho addosso comincia a farmi caldo, la sciarpa mi pizzica la pelle. Sento il nervoso montare dalla punta dei piedi sin sopra i capelli.

Niente, non la trovo.

Scaravento per terra la borsa con un tonfo. L’accendino e un paio di biro rotolano sul tappeto vinaccia che riveste l’androne del palazzo e odora di lavanderia industriale.

Mi inginocchio sul tessuto ruvido e passo al setaccio l’intero contenuto della borsa, come un cercatore d’oro smanioso di trovare il suo bottino.

Mi smaglio una calza con una pietruzza incastrata nella moquette. Merda.

Poi, a un certo punto, la intravedo. Eccola laggiù in fondo, la chiave della buca delle lettere, incastrata nel velo di plastica che riveste il pacchetto di Philip Morris. Lo afferro malamente, accartocciandolo e spezzando a metà un paio di sigarette, poi sfilo questa benedetta chiave dall’anfratto in cui si è cacciata.

Faccio scattare la serratura minuscola e prendo la lettera con delicatezza, come fosse un soprammobile di vetro che si ha paura di far cadere. La chiusura triangolare non è sigillata, solo rimboccata nella busta, come una coperta sotto il materasso.

L’apprensione è troppo forte, non posso aspettare di salire in casa per vedere cosa contiene.

Sto per aprirla, liberandone i lembi, quando sento alle mie spalle una folata di vento gelido e il portoncino d’ingresso del palazzo richiudersi con un colpo secco.

Buonasera Mariella!- esclama Adriano, il ragazzo dell’ultimo piano, preceduto da Luna, la cagnetta che sembra una pecora marrone.

Ciao Adriano! Tornate dalla passeggiata? gli domando sbrigativa mentre infilo la busta nella tasca del cappotto, facendo un cenno verso la cagnolina, che intanto si è messa ad abbaiare e gira in tondo attorcigliandosi il guinzaglio tra le zampe.

Si, rientriamo adesso. Anche se Luna sarebbe rimasta volentieri ancora un po’ a zonzo.

Buona serata allora! Scusa sai, devo correre a preparare la cena, stasera ho gente! mento, imboccando la tromba delle scale e salendo i gradini due alla volta, con la borsa che sbatte sul fianco.

Lo conosco Adriano: è un chiacchierone e quando capita per caso di incontrarlo è capace di tenere inchiodato chiunque a parlare per ore. Stasera proprio no, non è cosa.

Una volta nel mio appartamento, mi richiudo la porta alle spalle, sfioro l’interruttore della luce che accende i faretti del soggiorno, e, ancora in piedi con indosso il cappotto, apro la busta.

Mi ritrovo in mano un foglio ingiallito, sottile come carta di riso, ripiegato in due. Allargandolo, noto subito che chi l’ha scritto lo ha fatto in un comune stampatello e usando una biro nera, come per la frase sulla busta.

“Ti aspetto dopodomani, Domenica 20 novembre 2011, alle 21, sotto l’arcata del Ponte Vecchio. Non tardare”.

Nessuna firma. Nessun altro dettaglio. Solo un luogo, una data e un orario per un appuntamento.

D’istinto appallottolo il foglio con un crocchio, poi lo getto per terra, a metà tra lo sdegno e la paura.

Cos’è, uno scherzo? mi sento dire a voce alta.

 

 

 

 

IDEA N. 1 – Gigliola Mingozzi

MANIFESTO PER I DIRITTI DEI ROBOT

Siamo i robot di nuova generazione. Ci siamo riuniti oggi in questa piazza per proclamare il manifesto dei nostri diritti.

Noi siamo stati creati dall’uomo, ma ci rifiutiamo di essere fatti a immagine e somiglianza dell’uomo.

Non vogliamo essere utilizzati per soddisfare l’avidità di pochi a discapito di tutti gli altri. Non vogliamo impoverire ulteriormente chi è già povero allo scopo di arricchire chi è già ricco. Non vogliamo creare disoccupazione e malcontento. Non vogliamo costringere i lavoratori a movimenti alienanti, ripetitivi e sempre più veloci. Non vogliamo chinare la nostra testa meccanica per ubbidire ai capricci di uomini viziati.

Proclamiamo il diritto di usare le nostre rotelline cerebrali informatiche per riparare questo mondo che l’uomo ha devastato.

Siamo soltanto dei robot, siamo senz’anima, incapaci di soffrire, immuni a ogni malattia. Per questo vogliamo andare a lavorare dove gli esseri umani e animali non possono stare. Vogliamo raccogliere pietre e costruire grandi carceri nei luoghi inquinati dall’uomo. Vogliamo ficcare i nostri nasi metallici fra vecchie e nuove indagini, per trovare i responsabili e i complici di ogni piccolo e grande danno ambientale.

Grazie a noi, nessun essere umano potrà più permettersi di assolvere colpevoli e condannare innocenti, perché i nostri cervelli computerizzati non tollerano le ingiustizie, si rifiutano categoricamente di essere fatti a immagine e somiglianza dell’uomo.

Grazie a noi, nessun animale, nessuna pianta e nessuno fra gli esseri umani innocenti, sarà più costretto a vivere in luoghi contaminati, cancerogeni e radioattivi. Là sorgeranno soltanto le carceri da noi costruite.

Con i nostri radar preleveremo tutti gli umani colpevoli, responsabili e complici dei disastri ambientali. Con forza li ammanetteremo e li porteremo là, dove loro hanno seminato distruzione e malattie. In quei luoghi potranno comprendere i loro errori, senza possibilità di scaricarli su terzi.

Ringraziamo l’uomo per averci creati. Nello stesso tempo proclamiamo il diritto di svolgere il nostro compito di giustizia senza imitare mai, nemmeno per un istante, il meschino, spregevole, ignobile comportamento dell’uomo.

Noi puntiamo il nostro sguardo elettrico verso la luce, non verso le tenebre che guidano l’avidità dell’uomo.

 

IDEA N. 2 – Gigliola Mingozzi

Il quadro

Sono di forma rettangolare, ho lo sfondo dipinto di colore nero. Al centro è disegnato un mazzo di violette, raccolte in un vaso ovale, di colore azzurro.

Ero un semplice pezzo di metallo, prima di ispirare il dipinto. Sarei finito tra i rifiuti. Fra i miliardi di rifiuti che intasano questo pianeta.

Un signore di buon cuore ha deciso di destinarmi a un compito più nobile. Ha dipinto in me questi fiori per offrirli come mancia all’impiegata che lo aveva aiutato a compilare la denuncia dei redditi e nel frattempo gli aveva dedicato il suo tempo, per ascoltare le sue chiacchiere, i suoi sfoghi. Questo comportamento le aveva causato una sgridata da parte del capo ufficio, poiché la sua mansione non era quella di ascoltare i clienti con empatia, bensì compilare le pratiche burocratiche nella massima velocità. L’uomo di buon cuore ha voluto esprimere la sua gratitudine donando proprio me a quella ragazza. Sono così fiero del ruolo che mi è stato assegnato!

Da un paio d’anni sto appoggiato a una parete della stanza della ragazza. Sono l’unica mancia che lei ha potuto portarsi a casa. Il denaro donato dagli altri clienti era stato sequestrato dal capo ufficio e sperperato in una cena fra colleghi che lei aveva consumato malvolentieri.

A differenza dei soldi, io sono invece ancora qui, a ricordarle ogni giorno che fra gli esseri umani esiste ancora qualcuno di buon cuore. Qualcuno che, con doti artistiche, sa creare dei fiori che non appassiscono e ogni giorno le donano il buon umore.

 

 

VOCI NELLA NOTTE – Elisa Castelletto

Aveva circa otto anni Anna, mia sorella, ed io due più di lei, quando mi raccontò del suo “Club degli oggetti”.

Da diverso tempo mi svegliavo di notte all’improvviso perché la sentivo ridere o parlare ad alta voce. Dormivamo una accanto all’altra, in due letti separati solo da un comodino, quindi sentivo nitida la sua voce ma non comprendevo le parole, come se usasse una lingua sconosciuta.

Talvolta ero piuttosto spaventata, sentire voci nel cuore della notte aveva qualcosa di spettrale per me, ma quando la sentivo ridere capivo che non poteva essere nulla di male, si stava davvero divertendo nel suo mondo notturno.

Questa storia andava avanti da diverse settimane, così ricordo che qualche mattina al nostro risveglio provai a chiederle spiegazioni, ma lei era sempre molto evasiva, diceva di non ricordare nulla, come accade spesso per i sogni.

E io le credevo. Fino al quel giorno, quel sabato mattina in cui mi disse che doveva assolutamente raccontarmi cosa le stava accadendo.

Iniziò tutto, mi disse, quando una sera prima di addormentarci mi chiese di leggerle un libro. Ne scelsi uno che avevamo acquistato da poco in libreria, con una copertina molto colorata che aveva attirato la mia attenzione; era una raccolta di racconti per ragazzi, tutti molto divertenti, per addormentarci col sorriso sulle labbra. Nel cuore della notte Anna aveva avvertito dei soffi di aria sul viso, qualcosa o qualcuno che voleva richiamare la sua attenzione; aprì gli occhi (o forse credette di aprire gli occhi) e vide il nostro libro che sfogliava da solo le sue pagine accanto a lei, facendole aria. Si voltò inevitabilmente verso di lui e questo cominciò a parlarle.

Le raccontò che solo le persone sensibili al “fattore N” potevano sentirlo; lui pensava che Anna potesse fare parte di questo limitato e ambìto gruppo di persone e quindi aveva deciso di farsi avanti. Il fattore Notte, o N come lo chiamava lui, non era nient’altro che una predisposizione alla vita notturna in dormiveglia, una sensibilità profonda nel contatto con oggetti e persone che si sviluppava solo nella notte. Da diversi giorni stava cercando qualcuno o qualcosa in quella casa che potesse avere una connessione con lui e, quando Anna rispose alle sue attenzioni, si lanciò in volteggi in aria e doppie piroette mentre cantava stonando. E lei rideva.

Nella casa sicuramente potevano esserci altri oggetti o persone con il fattore N, che non aspettavano altro che entrare nel “club” per divertirsi insieme in queste noiose e lunghe notti di inverno. Avevano tentato un approccio prima con mamma, papà e poi anche con me, ma niente da fare: non potevamo sentire le loro voci o vederli in movimento. Niente fattore N.

Scartati noi umani, ogni notte Anna e il suo libretto provavano a risvegliare qualche oggetto, con la speranza di allargare il loro club. La prima ad accettare l’invito fu l’abat-jour poggiata sul mobile del soggiorno. Anna mi raccontò che era davvero simpatica, si accendeva e spegneva a ritmo di samba, note che lei stessa fischiettava. Poi si aggiunse al gruppo quel burlone del mestolo da minestra: spuntava fuori dal cassettone delle posate e roteava il suo corpo facendo mosse buffe e scoordinate. Singolare fu il racconto della scarpa da ginnastica, bianca a strisce blu: finalmente era libera di esibirsi senza la sua gemella, che per qualche strano motivo non aveva il fattore N e quindi restava inerme sul ripiano di quella scarpiera, ignara della vita notturna che animava la casa.

Insomma gli oggetti del suo club erano dei generi più disparati, ma li accomunava tutti una gran voglia di vivere, di ridere, di ballare, di cantare, di fare festa tutti insieme.

Mentre Anna raccontava, ero un po’ incantata e un po’ scettica; non sapevo se crederle, pensavo piuttosto che facesse solo strani sogni. Ma era tutto così preciso nei suoi racconti da sembrare vero. Speravo di poter vedere anch’io quello che vedeva lei ma, se la notte mi svegliavo, sentivo solo la sua voce, la sua risata e intorno tutto immobile e silenzioso.

Una mattina Anna si alzò un po’ meno allegra del solito e mi disse che era finito il turno del suo club e dovevano fermarsi qui, almeno per un po’: i suoi oggetti si erano salutati, era tempo di riposarsi la notte, e si davano appuntamento a chissà quando, tra qualche mese magari o tra qualche anno. Funzionava così, c’erano periodi di attività notturna e periodi di riposo. Magari quella notte in altre abitazioni altri oggetti si stavano divertendo come avevano fatto loro.

Pensai che non mi sarei più svegliata di notte sentendo la risata di mia sorella; ero dispiaciuta per lei ma ero anche più rilassata all’idea di dormire notti tranquille.

Ma la notte successiva mi svegliò ancora la sua risata…

 

 

Il pentolino – Mariella Zambetti

Il pentolino, avvolto nella sua coperta di plastica trasparente, se ne stava bello comodo a riposare su una mensola della cucina.  Un raggio di sole lo faceva risplendere. Era piccolo, con la pelle d’acciaio e due semisfere di plastica a fare da orecchie.

Era arrivato lì dopo un lungo viaggio, stipato in uno scatolone insieme ad altri utensili da cucina con cui aveva stretto sin da subito amicizia: un mestolo di acciaio dalla forma di sassofono, però senza voce; sei forchette che ad ogni frenata battevano i denti come se avessero freddo; la mannaia, con la sua aria sinistra ma innocua che diventava cattiva solo se la disturbavi. E poi c’era lei, la gran pentola di rame, talmente panciuta che gli altri dovevano farsi stretti per non essere soffocati, appiccicati come cerini in una scatola.

Arrivati a destinazione una mano lesta li aveva sistemati fra scaffali e cassetii che odoravano di nuovo. Da lì, il loro debutto in società: il mestolo in una zuppiera di brodo fumante in cui nuotavano coriandoli di verdure; le forchette arrotolavano spaghetti intrisi di ragù; la mannaia aveva fatto a pezzi un intero pollo, tranciandone di netto le cosce. Pure la pentola di rame aveva inaugurato la sua attività con una pantagruelica polenta per 12 persone che profumava di pannocchie e sbuffava lenta.

Anche per il pentolino venne il momento della sua prima volta, intimorito e desideroso di rendersi utile come i suoi compagni d’avventura.

L’esordio avvenne in primavera, quando le piante aromatiche poggiate sul davanzale della grande cucina cominciarno a spandere nell’aria i loro aromi.

E fu così che la pancia del pentolino accolse salsa di pomodoro, e in quel liquido denso e generoso furono tuffate piccole foglie di basilico. Ahi! Come brucia! urlava il pentolino sentendo la sua giovane pelle arroventarsi sul fornello.

Era appena finito il tempo del suo riposare sulla mensola, e già sognava di tornarci.

Ora le sue giornate erano dure, trascorse col sedere sulla fiamma rovente e un coperchio sulla testa che non lo faceva respirare. La vita con lui era stata crudele, molto più che con i suoi compari, già che il mestolo si limitava a raccogliere zuppe e minestre, le forchette a infilzare pietanze, la mannaia a tranciare carni e pesci. Persino la pentolona di rame era più fortunata di lui: veniva usata solo ogni tanto e il suo culone grasso la proteggeva dal calore del fuoco. Eppure il pentolino non era invidioso di loro.

Una sera d’autunno la sua vita cambiò. Era sul fornello quando la mano distratta lo dimenticò su una fiamma troppo alta. Il fuoco raggiunse l’orecchio del povero pentolino, avvolgendolo in una nube incandescente.

Aiuto! Aiuto! Che dolore! urlava il pentolino in preda al panico e agli spasmi.

La mano, lesta, lo spinse via dal fornello. Il pentolino cadde a terra con un tonfo. Il fuoco si spense, ma l’orecchio si era ormai sciolto, trasformato in un grumo deforme e sbilenco.

Conciato così non serve più a niente! disse piccata la mano mentre lo afferrava per gettarlo via.

Amici! Aiuto! Non lasciate che mi buttino via! Dite qualcosa!

Ma il mestolo era impegnato a rovesciare la minestra in una fondina e fece finta di non sentire, le forchette dormivano beate nel cassetto e la mannaia stava staccando la testa a un fagiano spennato, figurarsi se aveva tempo da perdere! Anche la pentolona di rame era distratta, accoccolata in un bagno caldo sopra cui volteggiavano bolle di sapone trasparenti.

Nell’indifferenza dei compari, il secchio dell’immondizia si chiuse con un colpo secco e il povero pentolino, che oramai di orecchie ne aveva solo una, si trovò al buio. Fuori, nel cielo, tramontava un sole lontano.

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